Viterbo – Paragone ardito o provocatorio, quello dell’amico Trappolini, penso che comunque si sia trattato di un gioco.
Quel che l’articolo di Trappolini ha fatto salire in superficie, è che ci sono ancora tanti nostalgici del duce. Si badi bene: sullo sconfitto in genere si riversano anche le isterie del vincitore, e il ritratto storico che ne esce è sicuramente peggiore del vero.
Con tutto ciò Mussolini resta il responsabile di un dittatura autoritaria e antidemocratica che ha trascinato gli italiani non solo a perdere disastrosamente una guerra, ma anche a farsi complici della politica razzista del nazismo e quindi delle sue più nefaste conseguenze.
Detto questo, vorrei dire che il decisionismo, talvolta frettoloso, talvolta forse persino istrione, di Renzi nasce da una serie di situazioni concrete, forse non molto differenti da quelle che all’alba degli anni ’20 del secolo scorso consentirono la Marcia su Roma e l’avvio del fascismo.
L’Italia di questi ultimi anni, forse degli ultimi due decenni, non ha saputo crescere; è rimasta ingolfata tra i veti incrociati dei sindacati, della classe imprenditoriale e dei burocrati, sì che nessun governo è riuscito a prendere decisioni nette, mentre all’orizzonte si affacciavano gli spettri della crisi finanziaria internazionale, della disoccupazione, della recessione economica e la classe politica continuava a farsi protagonista di scandali e ruberie di vario genere.
La lotta politica per anni si è ridotta, nel centrodestra, a prendere meri provvedimenti di salvaguardia del proprio leader fino a compattare nostalgici e moderati, e nel centrosinistra a fare un fronte comune antiberlusconiano, a rintuzzare l’avversario piuttosto che a fare, o a proporre. Solo così, in questo scontro politico bipolare che appartiene forse alla politica anglosassone ma non di certo al pluralismo politico della tradizione italiana, si sono potute concretizzare certe difficili e insolite unioni: tra ex missini ed ex socialisti, a destra; e tra comunisti e democristiani, a sinistra. Cinquant’anni divisi, e poi riuniti in un solo partito, con tutti i conseguenti mal di pancia non appena dalla tattica si passava alla strategia. E con conseguenti altolà non solo tra gli schieramenti opposti, ma anche all’interno di essi.
Così, mentre il Mondo correva e l’Europa camminava, l’Italia si è bloccata, tra scandali, arrivismi, ingiustizie, arretratezze, corporativismi, veti, indecisioni, rituali politici obsoleti.
Renzi è il prodotto della reazione a questa situazione di stallo; le scienze sociali – sociologia, psicologia, psicologia sociale – e la storiografia descrivono molto bene le condizioni in cui, di fronte all’incertezza, un gruppo si affida al decisionismo di qualcuno.
D’altronde Renzi non è il solo: anche Beppe Grillo, un ex-comico in fondo, è riuscito a radunare intorno alle sue facili denunce un gran numero di elettori. Se due populisti sono sorti nel giro di pochi mesi, forse significa che la situazione del Paese era ormai allo stremo, e che occorreva cambiare sistema.
A ben vedere, Monti non era uno stupido, ma aveva tentato di rimettere la barca sulla giusta rotta con lo stesso stile traccheggiante della politica tradizionale. Probabilmente di fronte ad una deriva evidentemente populista, massimalista e giacobina, Renzi ha coagulato intorno a sé il pensiero di quel cittadino medio che, pur giunto al limite della sopportazione, non intendeva affidarsi ad un avventuriero della facile protesta; da sindaco, cioè da amministratore d’esperienza, più vicino al comune sentire della gente.
Mussolini non aveva come contraltare un Grillo; forse era lui stesso un Grillo, nella sua voglia giustizialista di prendere a calci nel sedere gli avversari e nel purgarli con un bicchiere di olio di ricino. Ma prima di Renzi e di Grillo, altri hanno “coagulato”: per motivi simili, ad esempio, milioni di italiani sentirono di doversi affidare ad una new entry della politica, ad un imprenditore della televisione privata come Berlusconi.
Carisma di qua, carisma di là, carisma di più, carisma di meno: il meccanismo prescinde dai singoli.
Di fronte al pericolo – dum Romae consulitur Saguntum expugnatum – la gente si affida a chi prende in mano le redini della situazione e agisce senza guardare in faccia nessuno, talvolta senza nemmeno guardare in faccia la democrazia.
Per fortuna, oggi viviamo in un mondo diverso da quello del primo dopoguerra: la democrazia oggi non può essere offesa tanto facilmente, così Renzi si limita ad agire nel solco delle procedure democratiche consolidate di un Paese, l’Italia, che va comunque considerato tra i maggiori paladini della democrazia.
Renzi può non piacere, soprattutto ad una popolazione di elettori giustamente diffidenti e in disperata ritirata dal voto. Sarà un pifferaio come tutti gli altri? Per fortuna non è Mussolini, ma non è neppure Grillo e neanche Berlusconi: perché al di là del suo decisionismo da twitter, incarna nella sua storia personale piuttosto la quotidianità dell’italiano medio. Forse quel famoso quaranta per cento proviene soprattutto da lì, da coloro che non colgono un’eccessiva distanza fra loro e chi li governa: Renzi non si atteggia né a duce di genti investito dalla Storia, né è una star d’avanspettacolo, né è un tycoon della finanza internazionale.
D’altronde una domanda sorge spontanea: dov’erano quelli che oggi diffidano di Renzi, quando serpeggiavano le tangenti, quando si coprivano gli scandali, quando si creavano nicchie di privilegio nei luoghi di lavoro, quando l’evasione fiscale era considerata una furbizia piuttosto che un reato, quando l’Europa imponeva i suoi diktat? A chi affidavano le loro sorti? Speravano inutilmente nel proprio partito? Si acconciavano alla prassi? Vivacchiavano del nulla? Facevano una guerra privata per conquistarsi un posto al sole, alla faccia degli altri? Strisciavano nel clientelismo? Si astenevano orgogliosamente dalla lotta? Pregavano sperando in una grazia? Meditavano un colpo di stato?
Renzi sembra, oggi, una medicina. Talvolta indigesta, forse con qualche spiacevole effetto collaterale, magari persino più lenta a fare effetto rispetto a quanto dice il bugiardino, ma legittimata dal mercato farmaceutico di tutto il mondo occidentale, dall’Europa agli Stati Uniti; e pare sia l’unica medicina disponibile. Mussolini, al suo confronto, sembra piuttosto un placebo, un bicchiere di whisky per lenire il dolore che, alla lunga, ha creato all’Italia una gravissima cirrosi.
Francesco Mattioli
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