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L'irriverente - Una riflessione sui tempi della burocrazia e il numero dei legislatori

Riforme, il Sinodo e la pubblica amministrazione

di Renzo Trappolini
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Renzo Trappolini

Renzo Trappolini 

Viterbo – In 191 dibattono le leggi per più di un miliardo di cattolici, un settimo della popolazione mondiale.

Sono i vescovi e cardinali riuniti in sinodo questi giorni a Roma. Hanno cominciato a discutere le materie da trattare un anno fa con un questionario che in molte nazioni è stato messo pure in Internet. Non in Italia, dove poco l’opinione pubblica ne conosce, nonostante l’auspicio che ogni fedele potesse mandare le sue osservazioni al Vaticano.

Ma si sa come va da noi che, in meno dell’un per cento della popolazione del pianeta, per fare le leggi ci rivolgiamo a un migliaio di parlamentari nazionali e ad altrettanti regionali. Sommati fanno dieci volte il numero dei legislatori della chiesa la quale si è quasi sempre saputa dare una buona amministrazione.

Di recente, negli anni ’50, perfino gli americani vennero a studiare il modello della curia per l’efficienza che dimostrava e il basso numero di addetti. Solo 196 per provvedere all’epoca a 350 milioni di fedeli e, dall’ultimo impiegato “minutante” ai cardinali, lo faceva così bene che quegli americani, dopo tre mesi di studio, conclusero che” il rendimento degli uffici vaticani era tra i più alti del mondo”.

Giudizi e numeri che ci si vergogna a mettere a confronto con quelli della macchina statale italiana, dove il dottor Cottarelli ha individuato, solo nei ministeri, esuberi di oltre settemila persone.

Altri tempi si dirà, ma anche altri ritmi: certamente diversi da quelli dei centometristi di oggi che molto rischiano (e fanno rischiare) correndo su terreni sdrucciolevoli come le riforme della costituzione e del lavoro: tutto in poche ore, poche discussioni e pochi aspetti considerati in pubblico, forse per non mostrare troppo gli altri più delicati e forse dolorosi, quindi meglio se sconosciuti.

Il Sinodo invece, che pure è stato chiamato alla “creatività”, all’innovazione da Francesco il rivoluzionario, si dà tempi lunghi: i 191 vescovi esaminano a Roma i questionari di un anno, disboscano la materia, ne fanno un nuovo documento da sottoporre nuovamente ai colleghi e alle comunità locali. Perché per le decisioni ultime se ne riparlerà tra un anno.

Con questi metodi la Chiesa – che nei secoli, nonostante tutto, ha saputo sbagliare tante volte – si rinnova e “cambia verso” per continuare, ma in sicurezza, la sua missione e consolidare il suo potere. Ciò da duemila anni e in tutto il mondo.

Quale il segreto? Tadeusz Breza, un diplomatico comunista degli anni del muro contro muro, insomma ai tempi di Pio XII, rilevò che a fare efficiente la macchina vaticana erano tre elementi.

Anzitutto la competenza (concorsi difficili e almeno due lauree), poi “le perfette condizioni mentali del personale durante le ore di lavoro” (orari ridotti per tutti, dalle 9 alle 12,30, ma intensissimi) e infine il metodo: far arrivare i problemi a chi doveva decidere, in modo che “una sola occhiata bastasse a comprenderli”. Cioè non complicare ma semplificare, tagliare, arrivare all’essenziale. Il contrario dei tempi e dei sistemi di certa nostra burocrazia. A fronte di tutto questo, poi, 50 giorni di ferie vere, non come quelle di cui oggi si parla e non sempre a proposito per i magistrati.

Quando il dipendente vaticano andava in vacanza, siglava le pratiche pronte per l’ archivio con un P.A. che significava “Post Aquas”. Se ne sarebbe, cioè, riparlato dopo “aver passato le acque” , termali ovviamente.

Da noi invece P.A. (Pubblica Amministrazione) fa venire in mente complicazioni e attese ben più lunghe d’una curetta a Montecatini o alle terme del Bullicame.

Renzo Trappolini


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13 ottobre, 2014

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