Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – “Per imparare dai nostri errori, bisogna prima renderci conto che li stiamo commettendo”.
(Arthur Bloch)
Perché?
I recenti fatti di cronaca, che hanno portato in luce le attività dei baby spacciatori viterbesi, fanno molto riflettere intorno alle condizioni in cui si trovano oggi gli adolescenti, chiamati a dare corso ai propri compiti di sviluppo. Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza e vediamo come la psicologia può venirci in aiuto.
Cosa guida le condotte di questi ragazzi? Sappiamo che le spinte motivazionali risultano sempre dal complesso intreccio tra: a) conoscenza delle norme, atteggiamenti emotivi verso le norme (attaccamento, indifferenza, rifiuto), intensità dei legami, il retroterra culturale, le norme interiorizzate;
b) condizioni materiali di vita, opportunità e limiti d’azione, qualità delle relazioni vissute.
Stabilito il grado di complessità che adulti e giovani sono chiamati ad affrontare occorre chiedersi quali siano le aree funzionali relative ai comportamenti a rischio. Tali aree possono sostanzialmente ridursi a due: a) ricerca di propria autonoma identità di adulto e b) partecipazione sociale.
Da questa prospettiva, per comprendere le funzioni dei comportamenti a rischio occorre andare oltre il semplice riferimento descrittivo di una condotta, per chiarire quali significati essa assume per chi la attua.
Azioni differenti tra loro possono mostrare un “equivalenza funzionale” se mirano a raggiungere simili obiettivi evolutivi. Per esempio, realizzare la propria autonomia dagli adulti può riguardare sia comportamenti a rischio, quale il fumo di sigarette, sia l’adozione di comportamenti più evoluti e competenti, come elaborare ed esprimere un’opinione personale.
Anche comportamenti identici possono essere motivati da scopi differenti. Ad es. la sessualità può essere agita a scopi conformistici poiché in sintonia con le norme del gruppo di riferimento, oppure al fine di affermare il proprio “essere grandi” nei confronti degli adulti.
Un comportamento a rischio può essere anche polifunzionale quando serve a fronteggiare diversi compiti di sviluppo. Per es. l’uso di droghe può servire a rivendicare la propria autonomia, a sperimentare sensazioni forti, a stabilire ritualmente un legame con i coetanei.
Allo stesso tempo una specifica difficoltà evolutiva può dare luogo a comportamenti diversi. Ad es. l’affermazione esagerata di sé, a causa di profonde insicurezze, può esprimersi sia nei giochi rischiosi e nella guida pericolosa, così come nelle restrizioni alimentari e nei comportamenti trasgressivi.
All’interno di questo quadro, occorre trovare risposte idonee capaci di rendere conto di tale complessità. Di certo la prima risposta chiama in causa la necessità di attivare tutti i fattori di protezione che oggi possiamo ben identificare. Questi possono essere definiti come caratteristiche della persona e del contesto, o come situazioni particolari, che diminuiscono la probabilità di coinvolgimento in comportamenti dannosi, oppure che riducono il coinvolgimento già in atto, oppure ancora che servono a moderare i fattori di rischio presenti nell’ambiente (“effetto cuscinetto”).
Questi sono trasversali ai diversi comportamenti: competenze emotive, cognitive e relazionali; modelli genitoriali e stile educativo autorevole, dove le regole e la supervisione di queste avvengono nell’apertura al dialogo; modelli degli insegnanti, soddisfazione per l’esperienza scolastica, lo stare bene a scuola e il successo scolastico; l’offerta di spazi per la sperimentazione e la realizzazione di sé, e la partecipazione a gruppi che offrono occasioni di riflessione e di impegno a favore degli altri.
Ed è proprio la mancanza di questi fattori di protezione che frequentemente genera comportamenti deviati e devianti.
Spesso, come accaduto di fronte a episodi di questi ultimi giorni, ci riferiamo al ragazzino di Pianura seviziato con una pistola ad aria compressa fino ad essere ridotto in fin di vita, si resta prima increduli, poi esterrefatti e infine confusi. Atti che mettono in crisi ognuno di noi, quelli dei baby spacciatori e degli autori della violenza ai danni di un adolescente, e per tranquillizzarci e conseguentemente tranquillizzare la società, iniziamo a ricercare un movente che possa rispondere al “Perché?” Ma sempre più spesso la risposta al perché risulta insufficiente, o addirittura introvabile.
Ed allora chiediamo soccorso agli psicologi, ai sociologi, ai criminologi, che quali esperti del disagio sociale, tracciano un identikit dell’autore della “violenza”. Una sorta di rimedio sciamanico questo identikit che impedisce però di prendere posizioni nette, che porta a fornire giustificazioni o a trovare anche attenuanti, a eludere prese di posizione chiare, che spinge a giustificare e a trovare attenuanti per gesti assurdi.
Si tentano risposte a quel “perché”?: di chi le responsabilità? dei genitori che non hanno più tempo per i figli? Di padri e madri che non hanno più voglia di trasmettere valori morali ai propri figli perché questo richiede un impegno serio? Che forse non hanno sufficientemente speso il loro tempo a spiegare che vicino ad un diritto è sempre presente un dovere?
Perché di fronte alle richieste del “di più” dei figli, non imparare a fermarsi, esitare, non impegnarsi a demolire quella smania malata di protezione di quei padri e di quelle madri? Certamente, è molto più facile giustificare sempre le azioni dei propri figli, difenderli quando fanno gli arroganti coi più deboli o ridere la prima volta che dicono una parolaccia o che fanno un gestaccio.
O addirittura minimizzare una violenza affannandosi a spiegare che quel figlio che ha compiuto un gesto così vigliacco è un bravo ragazzo e che non era da solo, che non c’era nulla di malizioso nel gesto compiuto, che è stato un gioco finito male. Forse sono ancor più sconvolgenti le dichiarazioni di quella madre. Ma probabilmente è più facile chiudere gli occhi anziché affrontare la realtà di un fallimento educativo.
E sempre per proseguire con il tentativo di dare risposte, “responsabile” può essere volta in volta anche la scuola o i mass media o le istituzione, la “società”; “colpevoli” di alimentare un modo di pensare secondo il quale le regole altro non sono che una eccedenza che si può tranquillamente eliminare. Già! E’ “colpa della società”, come se fosse qualcosa di estraneo, mettendo rigorosamente in secondo piano che è l’insieme di noi: genitori, figli, scuole, insegnanti, ecc..
Ma questo è chiamarsi fuori, comodo espediente per giustificare il proprio non-impegno. E’ l’azione del “deputare” ad altri soluzioni e interventi, che riduce drasticamente la circostanza di prendere seriamente coscienza che non dobbiamo attribuire a nessuno la colpa se non a noi stessi, perché affidare ad altri le responsabilità è paralizzarsi e impedire qualsiasi azione, è in un certo senso “rifiutarsi” nel delegittimarsi.
Ed allora? Se una emergenza c’è, questa riguarda una inadeguatezza educativa degli adulti. Forse la risposta a quel “Perché?” da cui siamo partiti è soltanto questa ed è da qui che dobbiamo iniziare a lavorare.
Nel complesso il quadro auspicabile è quello di un adolescente che fa leva su adulti responsabili che pongono delle richieste, che è impegnato in un progetto di realizzazione e di costruzione di sé, che vive sfide personalmente e socialmente rilevanti, che è accettato e valorizzato dal mondo adulto, che può sviluppare le sue abilità cognitive e sociali, che non è spinto a comportarsi in modo esteriore, consumistico e violento da adulto.
Paolo Dattilo – Rita Giorgi
CSC – Centro per gli Studi Criminologici, giuridici e sociologici
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