Viterbo – Nessuna udienza preliminare. Almeno, non oggi.
La vicenda della presunta violenza sessuale su una trentenne viterbese slitta a gennaio per problemi di notifica.
A quella data, l’indagato potrà, eventualmente, avanzare al gup Salvatore Fanti richieste di riti alternativi.
Per ora, la vicenda resta sospesa, in attesa della prossima udienza. Tra due visioni diametralmente opposte di quello che è successo la notte del 10 febbraio 2013, a casa della donna.
Da un lato c’è lei, che sporge denuncia in questura per violenza sessuale e si costituisce parte civile. Tra i fumi dell’alcol, dopo una festa di Carnevale, ricorda il flash di lui che la palpeggia sul letto. E all’ospedale le refertano lesioni nelle parti intime.
Dall’altro, lui. L’indagato. Un trentenne viterbese che respinge con forza le accuse al mittente. Fino ad arrivare a una controdenuncia per calunnia e false dichiarazioni davanti al pm. Procedimento che, per ora, resta ‘congelato’, in attesa che si concluda l’altro, per violenza sessuale.
In quell’accusa, per l’avvocato Marco Russo, non c’è niente di vero. Il suo assistito gli racconta una storia completamente diversa da quella della trentenne che gli punta il dito contro.
Il legale spiega che “tre testimoni dicono di averli visti in atteggiamenti molto intimi già durante la festa”. La festa di Carnevale a Ronciglione. Quella a cui i due erano andati insieme al fratello di lui e ad altri amici. Il clima è goliardico. Bevono tutti. Anche lei, che torna a casa ubriaca al punto da non reggersi in piedi.
Quando i due fratelli la riaccompagnano, devono aiutarla ad aprire la porta. La difesa sostiene che non è vero che l’hanno fatta spogliare: “Hanno solo aspettato che si cambiasse per poi mettersi a letto, perché non stava bene. Lei, intanto, ha continuato a provocare il mio assistito che, semplicemente, se n’è andato”. Per il legale, neanche i tempi quadrano: l’indagato avrebbe avuto in tutto otto minuti per entrare e uscire dal quartiere dove lei abita. Lo dicono i filmati delle telecamere di sicurezza.
Otto minuti per raggiungere l’appartamento, salire le scale sorreggendo lei che non stava in piedi, aprire a fatica la porta, perché nessuno era lucido abbastanza da infilare le chiavi nella toppa, tentare l’approccio e tornare alla macchina. Troppe azioni in pochi minuti, secondo la difesa. Che adesso è pronta a dar battaglia.
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