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Cultura - Le opere dell'artista del '300 nato a Viterbo hanno un valore stimato tra i 700 e gli 800mila euro

Giovannetti all’asta in Germania, un’altra occasione persa

di Antonello Ricci
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Antonello Ricci

Antonello Ricci

Santa Caterina e Sant'Antonio di Matteo Giovannetti

Santa Caterina e Sant’Antonio di Matteo Giovannetti

Viterbo – Due dipinti di Matteo Giovannetti all’asta ieri a Colonia, Germania. Una Santa Caterina e un Sant’Antonio Abate, entrambi su fondo oro.

La notizia, ripresa stanotte da Tusciaweb, era sul Domenicale del Sole 24 Ore del 2 novembre scorso.

Matteo Giovannetti da Viterbo, grande della pittura gotica internazionale, erede di Simone Martini in qualità di Pictor Pape presso la corte (e il palazzo) di Avignone: dove il viterbese affrescò due cappelle mirabili (San Marziale e San Giovanni Battista), le vele con gli evangelisti nella portentosa sala delle udienze, la sala del Cervo e il corridoio decorato da ardite sperimentazioni prospettico-paesistiche (fra cui spiccano – udite udite! – niente di meno che gli archetti del palazzo papale di Viterbo) e la certosa di Villeneuve, appena di là dal Rodano.

Matteo Giovannetti, la cui crocifissione sulla controporta della cappella di San Giovanni finì immortalata da Joseph Roth in una delle pagine più intense del suo memorabile libro-reportage sulle Città bianche del sud della Francia (le città dell’infanzia della civiltà mediterranea).

Matteo Giovannetti, che fu finalmente dissepolto da un oblio totale-assoluto durato oltre sei secoli, grazie alla pietas dello storico dell’arte Enrico Castelnuovo, che nel 1963 seppe consacrargli per i tipi di Einaudi una avvincente monografia: Un pittore italiano alla corte di Avignone, lavoro che intese restituire a Cesare quel che era stato di Cesare, riconoscendo al pittore viterbese (finissimo e straordinariamente sensibile indagatore dei tratti e delle espressioni del volto umano) il ruolo di vero antesignano nella formazione dell’idea stessa di ritratto nella tradizione pittorica dell’Europa moderna.

Di questo e non di altro parliamo, quando ci riempiamo la bocca auspicando gemellaggi con la città di Provenza. Aria fritta, ahimè, che non sembra portare mai frutto in questa nostra – ahimè – più che altro “sedicente” città dei papi. E intanto all’incolpevole Matteo de Viterbio riusciamo soltanto a intitolare il triste omaggio di uno slargo fra i più degradati della città.

Matteo Giovannetti, del quale proprio nella sua piccola patria – al di là delle dolci ma illusorie-leggendarie sirene del localismo, che si ostinano ad attribuirgli una delle Crocifissioni affrescate nella chiesa di Santa Maria Nuova – una sola opera custodiamo: una splendida Crocifissione su tavola fondo oro, un gioiello di valore inversamente proporzionale alle sue – davvero “minime” – dimensioni fisiche.

Pochissimi viterbesi l’hanno ammirata, quella Crocifissione, almeno negli ultimi decenni: poiché – frutto di lungimirante investimento (ormai sessant’anni fa, se la memoria non m’inganna) da parte della Carivit, essa è ormai (saggiamente) soggetta alle tirannie-salvaguardie di un implacabile sistema d’allarme nella sala presidenza dell’ente bancario (pochissimi l’hanno potuta ammirare, pochissimi sanno che c’è: ma d’altronde, quanti viterbesi sanno dove è custodita l’unica opera attribuita con certezza, a parte gli affreschi della cappella Mazzatosta nella chiesa di Santa Maria della Verità, al grande e misconosciuto quattrocentesco Lorenzo da Viterbo?

Comunque sia: rievoco l’episodio dell’acquisizione della tavoletta giovannettiana, solo a dimostrazione che anche a Viterbo c’è stato un tempo di mecenatismi e investimenti istituzionali saggiamente indirizzati verso una politica culturale virtuosa.

Sette/ottocentomila euro la base d’asta. Chissà chi se li sarà comprati, quei due Giovannetti. Chissà nel caveau di quale collezionista finiranno. O nel museo di quale città.

Ma questo mi sarei aspettato da amministratori prudenti e virtuosi: almeno saperlo, almeno provarci. Almeno.

Perché una politica culturale virtuosa consiste anche nell’idea – anche nel semplice sogno – che riportare quei due sportelli dipinti su fondo oro a Viterbo avrebbe significato riportare un pezzo della nostra storia a casa. Due opere di Giovannetti nella sua città: un museo civico più ricco. Perché per patrimonializzare cultura e produrne ricchezza, ogni buon imprenditore dovrebbe sapere che a volte conviene prima spendere.

Una idea di messa in valore e savia amministrazione del bene comune che nelle chiacchiere delle settimane scorse sulla Pietà di Sebastiano, sinceramente, ho visto miserabilmente naufragare.

La Pietà di Sebastiano: un simbolo in grado di tenere alto il nome di Viterbo nell’immaginario europeo per secoli ai tempi del Grand Tour miseramente ridotto a merce di scambio.

Sciaguratamente messe in dubbio le parole di prudenza della Sovraintendenza. Che(non va dimenticato) già aveva imposto particolari cautele nel dicembre scorso per il discutibile quanto discusso (ma tutto sommato poco traumatico) trasloco dell’opera dal museo di piazza Crispi alla sala Regia del Comune: per un allestimento così sciatto però, che ancora grida vendetta.

Tutto ciò inoltre, a dispetto e in spregio della storia stessa del dipinto (e dei suoi celeberrimi, problematici primi restauri): poiché tutti sanno che il capolavoro presentò fin da subito problemi di distacco e deterioramento della pellicola pittorica, tanto da essere sottoposto già nel corso del XIX secolo ad applicazioni di fissanti che ne compromisero ogni futura possibilità di corretto restauro.

Che alla Pietà poi (insieme con la Crocifissione) si fosse concesso di viaggiare nel 2010 (mi scuso per eventuali errori di data, ma vado a memoria) prima per palazzo Venezia a Roma e poi addirittura fino a Berlino, non deve sorprendere: era quello un fondamentale appuntamento di “famiglia” al quale sarebbe stato sgarbo e peccato mancare: praticamente tutto Sebastiano e una collocazione assolutamente centrale delle due tavole viterbesi nell’ambito di una mostra di livello, con il graditissimo ritorno di un ottimo ticket pubblicitario: come dire un apice di virtù, profondità culturale e patrimonializzazione turistica. A volere e saper davvero patrimonializzare.

E invece: piagnistei infantili e lamentele per non aver potuto spedire il capolavoro di Sebastiano a Vicenza, dove sarebbe affogato nella broda indistinta di un evento che potrà farne tranquillamente a meno. E invece: fantozziane acquoline in bocca perché in subordine si sarebbe preteso di poterlo spedire almeno a Milano, nel padiglione di Eataly, col miraggio bulimico di 10.000 visitatori al giorno.

Peccato che accodarsi allo Sgarbi dixit avrebbe significato (in questo caso, sia chiaro, non in altri) cadere nella suadente ma peligrosa trappola di un’ansia bulimica consumistica omologata di promozione culturale (la strada dritta e senza fine del progresso come falso progresso, di cui seppe parlarci Pierpà Pasolini).

Un’idea pericolosamente appiattita sul presunto “uovo oggi” e del tutto incurante-imprevidente di eventuali effetti collaterali indesiderati: forse assai più gravi di quelli che gli improvvidi restauratori ottocenteschi, coi loro micidiali “colloni”, seppero prevedere.

Con l’aggravante per cui le voci levatesi in prudente difesa dell’opera sono subito state tacciate di provincialismo (ci avrei messo la mano sul fuoco). E qualcuno con la faccia tosta di promettere che si sarebbero fatti i salti mortali per portare il capolavoro di Sebastiano a spasso praticamente ovunque – un’opera che sarebbe bene, in linea di massima, non muovere affatto dal suo museo – e perché no? A Vicenza. E a Milano! Con sicumera degna del peggior Tony Stark…

Due pezzi del viterbese Matteo Giovannetti ieri all’asta in Germania: mettiamoci l’anima in pace, un’altra occasione persa, amen.

Antonello Ricci

 


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17 novembre, 2014

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