Viterbo – (g.f.) – L’amministrazione Michelini continua a prendere gli schiaffi. Mattina e pomeriggio, in consiglio comunale e in commissione, dove la maggioranza deve alzare bandiera bianca e ritirare la delibera proposta per modificarla.
Ieri in consiglio era giorno d’interrogazioni agli assessori, ma gli assessori non ci sono. Schiaffi dall’opposizione.
Diversi gli assenti nel centrosinistra. Ancora schiaffi. Stavolta direttamente dalla maggioranza. Si fa l’appello ma Goffredo Taborri (Ncd) c’è. Anzi no. Resta fuori dalla sala. Per scelta.
“Quando i miei amici vorranno prendere in considerazione tutte le persone – dice sibillino Taborri – ne parliamo.
Mi pare di vedere stamani che l’Ncd sia necessario a questa maggioranza. E’ sotto gli occhi di tutti. Facciano pure. Del resto non è che un singolo consigliere deve mantenere il numero legale alla maggioranza”.
Messaggio chiaro, chissà se è stato compreso. Per fortuna di Michelini e i suoi, è stata la minoranza a mantenere inizialmente il numero.
Ma gli assessori non ci sono. Altri schiaffi. Sempre dalla maggioranza. “Ma tanto sono questi gli assessori”. E’ Maurizio Tofani (Oltre le mura) a parlare e si riferisce agli unici due della giunta presenti in quel momento, Alvaro Ricci e Raffaela Saraconi. Tutti gli altri, non pervenuti.
Il capogruppo poi precisa, è una battuta. Intanto la frecciatina è partita.
Si va al pomeriggio e la musica non cambia. Ancora schiaffi. In seconda commissione.
Il comune deve liberarsi di partecipazioni societarie non strategiche, dalla farmacia di Bagnaia ai servizi tecnologici, alle quote detenute per l’interporto di Orte. E volano schiaffi.
L’assessora Ciambella illustra le ragioni. Spiega che il comune di Viterbo è stato messo in disparte. Il consiglio d’amministrazione, dove palazzo dei Priori non è più rappresentato, ha affidato per quarant’anni a una srl la gestione logistica. “Uscire è un atto di forza che vogliamo fare – spiega Ciambella – perché è un’operazione che non approviamo e che non si poteva fare. O si convincono, oppure usciamo.
E’ imbarazzante rimanere in queste condizioni e non possiamo fare finta di niente”.
Quindi condisce la spiegazione con una serie di valutazioni sulla correttezza dell’operazione su cui si è espressa pure la Corte dei conti e sul fatto che il comune non riesca a fare nulla, perché avendo il 9,60% delle azioni non può convocare assemblee.
Da una parte e dall’altra, occhi spalancati ed espressioni di stupore.
“Se le cose stanno così – incalza Gianmaria Santucci (Fondazione) – porti le carte in tribunale. Cosa sta a fare lì?”.
Dalla parte della maggioranza Maurizio Tofani appoggia: “Che sta facendo qui? E ci venite a dire che se c’è qualcosa che non va, un socio non può fare nulla? Ma che state a dire?”.
Giulio Marini fa notare come la minaccia di uscire sia risibile. Magari saranno pure contenti che palazzo dei Priori esca dal cda. “A quale prezzo? – si domanda Marini – c’è il rischio di svendere le quote, senza contare che se il pubblico esce dall’interporto, si fa spazio ai privati”.
Capito l’imbarazzo, il ragioniere capo Quintarelli prova a spiegare la filosofia della delibera in discussione.
Il comune per legge esce da società che non sono strategiche.
“Allora riformulate la delibera – spiega Santucci – perché quella che state presentando non dice questo”. Riscriverla non serve. La maggioranza la approva.
Lo scontro è solo rinviato e di pochi minuti.
Subito dopo si riunisce la quinta commissione, anch’essa chiamata a ratificare la delibera.
Altri schiaffi. Il documento che altri poco prima hanno votato, è ritirato per essere modificato. Altro che schiaffi.
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