Viterbo – Non ne faccio una questione giuridica, perché non mi compete, sebbene i sociologi siano spesso accusati di voler esser dei tuttologi e di argomentare d’ogni cosa.
Tuttavia, quando la presidente della Pro Loco di Viterbo, Irene Temperini, giustifica l’adozione dell’ormai famosa immagine del Presepe con i cani asserendo che “è stato abolito il reato di vilipendio della religione cattolica”, rischia di confondere le carte.
Detto così, infatti, sembrerebbe che si possa allegramente vilipendere il cattolicesimo, con parole opere e omissioni; in realtà il nuovo dettato giuridico abolisce la religione cattolica come religione di stato e la equipara a tutte le altre confessioni religiose, che tuttavia restano protette nelle loro credenze, nella loro manifestazione e nella loro dignità.
Voglio ricordare peraltro che se è vero che i reati d’opinione in una democrazia liberale e pluralista devono essere aboliti, ciò non significa che ”tana libera tutti” per dire e fare tutto ciò che passa per la testa.
Si sta approntando ad esempio una apposita legislazione per il reato di negazionismo e un’altra contro l’omofobia, perché incitano all’odio razziale, al pregiudizio e all’esclusione sociale.
Ma sono reati d’opinione nei confronti dei quali anche non pochi pensatori progressisti hanno espresso qualche perplessità, giacché sfumerebbero le differenze fra una lecita analisi critica, razionalmente motivata seppur di parte, e una mera campagna d’odio. Né i giudici, nonostante il delirio d’onnipotenza che pervade la mente di alcuni di loro, sono in grado in prima istanza di sancire dove si collochi esattamente il confine.
Tra l’altro, viene spesso travisato il senso di una società “laica”: se essa non si fonda sulla legittimazione e sulla protezione di un solo modo di vedere, significa che ogni modo di vedere va protetto e legittimato, non che si può sparare liberamente su ogni pianista. Come scrive il filosofo John Rawls, una società laica e democratica non esiste se non si fonda sul rispetto reciproco tra tutte le sue componenti, altrimenti la libertà diviene licenza e si trasforma nella giungla hobbesiana.
La questione non è quindi giuridica: è culturale, sociale, insomma, è una questione di opportunità, di rispetto, di sensibilità. Di qui, la delicatezza del problema e la necessità di affiancare al discorso giuridico quello del buon senso e del buon gusto, del rispetto per i sentimenti degli altri.
E’ ben vero che il buon senso e il buon gusto, per parafrasare Manzoni, chi non ce li ha non se li può dare, ma è anche vero che i soggetti sociali che intendono operare trasversalmente sul territorio hanno il dovere di prendere in considerazione tutte le variabili in gioco e di agire con intelligenza e saggezza.
Sono ancora convinto che di per sé un presepio con i cani non è necessariamente offensivo, può essere anzi l’occasione di un gran bel dialogo all’interno del rapporto tra il cattolicesimo e la società in tutte le sue sfumature.
Sarebbero bastate un paio di scuse, un discorso costruttivo, un sorriso. Al contrario, la superficialità delle giustificazioni addotte dalla Pro Loco, anche con un pizzico di supponenza, non depongono a favore della correttezza della sua scelta: che l’immagine circoli da tempo su internet non vuol dire nulla, viste le schifezze che circolano in rete, e non è un motivo sufficiente per adottarla; che il cattolicesimo non sia più religione di stato, non significa che chiunque può trasformare Gesù Bambino in un cane senza pensarci su, altrimenti si dà ragione a Jenkins, quando dice che nella nostra democrazia occidentale ormai sono più tutelati i musulmani, gli ebrei e gli atei che i cristiani.
I laici che non vorrebbero il presepe a scuola per non offendere la sensibilità degli alunni di altra confessione (pochi dei quali peraltro pare ne risultino feriti…) dove la mettono la loro delicatezza, se poi fanno passare l’immagine di una Madonna con il volto, seppur grazioso e innocente, di una cagna?
Il problema vero è che, paradossalmente, vivere in una società pluralista e democratica è molto più difficile che vivere in una società autoritaria, perché bisogna mettere in moto l’intelligenza, bisogna cioè saper usare la propria libertà, il proprio discernimento, la propria saggezza e la propria tolleranza.
Al contrario, ogni forzatura, ogni forma di estremismo – da qualsiasi parte si manifesti – non solo autoassolve acriticamente le proprie posizioni, ma apre inevitabilmente la porta alla violenza reciproca e rischia di trasformare la democrazia in un alterco di strada tra gente incivile.
Francesco Mattioli
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