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Soriano nel Cimino – Un modo nuovo di riscoprire e narrare pubblicamente le nostre storie e i nostri paesaggi.
Dopo il successo della prima lezione – tenutasi a Orte e dedicata a Pasolini e la forma della città – tocca al secondo appuntamento con il corso Carbacc curato da Antonello Ricci e Banda del Racconto – mercoledì 28 ore 14 ospiti della biblioteca comunale di Soriano al Cimino.
Si tratta del corso di “prima formazione” per aspiranti artigiani delle passeggiate/racconto e delle storie locali voluto dal Carbacc e curato da Antonello Ricci e Banda del Racconto.
L’appuntamento è fissato per le 14 nel centro storico della cittadina: presso i locali della biblioteca comunale in via Roma, 12. L’incontro sarà dedicato a Luigi Pirandello.
Il calendario del corso prevede complessivamente 10 lezioni “peripatetiche” che si terranno tra gennaio e giugno nei 10 centri dei Cimini coinvolti nel progetto. Il corso è prevalentemente rivolto ai giovani di quest’area.
La seconda lezione è fissata fin d’ora per il 28 gennaio a Soriano (biblioteca comunale) e sarà dedicata alle due novelle e alle poesie pirandelliane ispirate e ambientate nel centro cimino.
L’iniziativa è realizzata con le risorse della Regione Lazio Pit(Progettazione integrata territoriale). Per info 3392197872 – carbacc.pit@gmail.com
Il Carbacc – Consorzio aree basse colline cimine che unisce, nell’ambito del Piano di Sviluppo Rurale del Lazio 2007/2013, i comuni di Bassano in Teverina, Bomarzo, Canepina, Corchiano, Orte, Soriano nel Cimino, Vallerano, Vasanello, Vignanello comune capofila e Vitorchiano – presenta una edizione straordinaria nuova di zecca di Banca del Racconto.
Di seguito il testo della poesia Pian de la Britta e un brano della novella Canta l’epistola, il testo più bello e più denso di implicazioni critiche fra quelli ispirati all’autore siciliano proprio dalle sue villeggiature estive all’ombra dei castagni di Soriano.
Luigi Pirandello
Pian de la Britta (1909)
Pian de la Britta, che fragor di mare
fan questi tuoi castagni alti e possenti!
Ma l’ombra, sotto, qua e là di rare
luci trafitta, ire non sa di venti,
e tra tanto fragor sospesa pare:
recesso eccelso, a cui la maestà
di questi tronchi immani una solenne,
misteriosa aria di tempio dà;
e quel fragore ad un oblio perenne
di tutto invita: ombra e vento che va…
Pian de la Britta, oblio di tutto… Eppure,
forse per altro l’alte vette adesso
dei tuoi castagni fremono alle pure
aure del monte. Sentono da presso
la sega strider, picchiare la scure.
Ed io su un tronco gigantesco siedo
già dai piccoli uomini atterrato.
Uno mi dice: – Ce fo gliu curedo
a la mi’ granne. – Ed io: – Te l’han comprato
per doghe? – Ed egli: – Che! Nun vedi? – Vedo
qua certi segni… Non me n’ero accorto!
Che bella fila di casse da morto…
Canta l’epistola (1911)
Non aver più coscienza d’essere, come una pietra, come una pianta; non ricordarsi più neanche del proprio nome; vivere per vivere, senza saper di vivere, come le bestie, come le piante; senza più affetti, né desiderii, né memorie, né pensieri; senza più nulla che desse senso e valore alla propria vita. Ecco: sdrajato lì su l’erba, con le mani intrecciate dietro la nuca, guardare nel cielo azzurro le bianche nuvole abbarbaglianti, gonfie di sole; udire il vento che faceva nei castagni del bosco come un fragor di mare, e nella voce di quel vento e in quel fragor sentire, come da un’infinita lontananza, la vanità d’ogni cosa e il tedio angoscioso della vita.
Nuvole e vento.
Eh, ma era già tutto avvertire e riconoscere che quelle che veleggiavano luminose per la sterminata azzurra vacuità erano nuvole. Sa forse d’essere la nuvola? Né sapevan di lei l’albero e le pietre, che ignoravano anche sé stessi.
E lui, avvertendo e riconoscendo le nuvole, poteva anche – perché no? – pensare alla vicenda dell’acqua, che divien nuvola per ridivenir poi acqua di nuovo. E a spiegar questa vicenda bastava un povero professoruccio di fisica; ma a spiegare il perché del perché?
Su nel bosco dei castagni, picchi d’accetta; giù nella cava, picchi di piccone.
Mutilare la montagna; atterrare gli alberi, per costruire case. Lì, in quel borgo montano, altre case. Stenti, affanni, fatiche e pene d’ogni sorta, perché? Per arrivare a un comignolo e per fare uscir poi da questo comignolo un po’ di fumo, subito disperso nella vanità dello spazio.
E come quel fumo, ogni pensiero, ogni memoria degli uomini.
Ma davanti all’ampio spettacolo della natura, a quell’immenso piano verde di quercie e d’ulivi e di castagni, degradante dalle falde del Cimino fino alla valle tiberina laggiù laggiù, sentiva a poco a poco rasserenarsi in una blanda smemorata mestizia.
Tutte le illusioni e tutti i disinganni e i dolori e le gioje e le speranze e i desiderii degli uomini gli apparivano vani e transitorii di fronte al sentimento che spirava dalle cose che restano e sopravanzano ad essi, impassibili. Quasi vicende di nuvole gli apparivano nell’eternità della natura i singoli fatti degli uomini. Bastava guardare quegli alti monti di là dalla valle tiberina, lontani lontani, sfumanti all’orizzonte, lievi e quasi aerei nel tramonto.
Oh ambizioni degli uomini! Che grida di vittoria, perché l’uomo s’era messo a volare come un uccellino! Ma ecco qua come un uccellino vola: è la facilità più schietta e lieve, che s’accompagna spontanea a un trillo di gioja. Pensare adesso al goffo apparecchio rombante, e allo sgomento, all’ansia, all’angoscia mortale dell’uomo che vuol fare l’uccellino! Qua un frullo e un trillo; là un motore strepitoso e puzzolente, e la morte davanti. Il motore si guasta, il motore s’arresta; addio uccellino!
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