Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Ho letto l’articolo a firma del sindaco di Caprarola, Eugenio Stelliferi, che afferma “…ci siamo affidati a un ente istituzionale, scientifico e imparziale, come l’università della Tuscia che, per cinque anni, effettuerà una serie di sperimentazioni su venti ettari di bosco con impatto pressoché…”.
Mi sorprende questa affermazione perché, per quanto mi risulta e fino a prova contraria, il sindaco si è affidato presumibilmente al Dibaf, un dipartimento dell’università. Per contro è noto che ci sono molti docenti di scienze agrarie, naturali e forestali dell’università della Tuscia che non condividono affatto la scelta di una sperimentazione come proposta da quel dipartimento. Permettetemi il confronto: è come se un medico dell’ospedale San Camillo dicesse “tocca operare” e tale affermazione venisse tradotta in “l’ospedale San Camillo dice che è indispensabile operare”. Quello che afferma un dipartimento della Tuscia non sempre è quello che sostiene l’università della Tuscia, anzi!
A dimostrazione che la scelta del dipartimento a cui si è affidato il sindaco non è condivisa da molti nomi importanti delle nostre scienze naturali e forestali, compresi docenti dell’università della Tuscia, recentemente abbiamo spedito una lettera al comune di Caprarola in cui vengono esplicitate le nostre numerose perplessità sul piano sperimentale proposto. Ci tengo a sottolineare che i firmatari della lettera sono ricercatori impegnati nella conservazione della natura e diversi di loro hanno pubblicato ricerche di livello internazionale sull’ecologia delle faggete. Tra tanti, penso all’adesione del prof Sandro Pignatti, che per chi ama la natura è una delle figure più alte dal punto di vista scientifico e morale.
Siamo lieti di apprendere che il sindaco di Caprarola ha a cuore le sorti della natura e dell’ambiente e ci piacerebbe conoscere l’analisi comparativa da lui condotta tra le varie soluzioni gestionali della faggeta vetusta del Monte Venere che ha portato alla sperimentazione che intende varare nei prossimi anni.
Da parte nostra sottolineiamo che, come avviene in campo clinico, ogni sperimentazione deve basarsi su una diagnosi chiara che non trova soluzioni in una prassi ordinaria. Per gli elementi che abbiamo a disposizione nel caso dei tagli della faggeta del Monte Venere non è a tutt’oggi chiaro né il piano sperimentale né le ricerche di carattere ecologico che hanno portato alla proposta in discussione. Sulla base delle nostre conoscenze i tagli non sono assolutamente necessari per garantire la perpetuazione della faggeta vetusta e della sua biodiversità (anzi! potrebbero avere effetti negativi).
La faggeta del Monte Venere è divenuta così un caso di studio per comprendere le politiche gestionali nelle aree protette e per questo motivo organizzeremo presto un incontro scientifico sull’argomento.
Beti Piotto
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