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L'opinione - Una riflessione sulla libertà di satira e stampa

Je ne suis pas Charlie…

di Francesco Mattioli
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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo –  Sono grato a Riccardo Valentini per il suo intervento sulla libertà. Un discorso che condivido in toto; da esso voglio estrapolare in particolare il passo in cui ricorda che “Un conto è dire non condivido perché…, un conto è diffamare”, perché mi dà il destro per una riflessione sul diritto ad esprimere le proprie opinioni, che la nostra Costituzione recepisce all’art.21.

Si parla molto di libertà, oggi, e se ne è parlato moltissimo dopo la drammatica tragedia di Parigi, che peraltro sembra avere ancora ulteriori strascichi. Ma di quale libertà esattamente si parla? Il conte Bismarck, che pure di libertà non si intendeva un granché, una cosa giusta su di essa l’aveva detta: che tutti parlano della propria libertà e ben poco parlano di quella altrui.

Uno che invece di libertà se ne intendeva molto, Martin Luther King, pronunciò una frase che è diventata famosa: “La mia libertà finisce dove comincia la vostra”.

Compariamo ora queste due affermazioni, su cui si suppone si sia tutti d’accordo, con le seguenti: “La libertà di espressione non vale nulla senza il diritto di offendere, tutti, nessuno escluso; senza limiti, neppure quelli della blasfemìa e della volgarità” (Stéphane Charbonnier, direttore di Charlie Hebdo); “dire che non pubblicheremo mai nulla che sia blasfemo e offensivo ci condannerebbe a fare un giornale incolore e conformista” (Giovanni Di Lorenzo, direttore di Die Zeit).

Si può essere d’accordo anche con Charbonnier? Se andasse difeso ad ogni costo questo diritto all’offesa, compresa la blasfemìa verso certi valori collettivi, significherebbe che si può praticare liberamente anche l’omofobia? O indurre all’odio razziale? Perché, attenzione: non c’è solo un Dieudonné ad incitare all’odio razziale antisemita: anche Charlie Hebdo, quando mette alla berlina Maometto, induce all’odio razziale facendo strame non solo e non tanto dei sentimenti dei guerrafondai jihadisti, quanto e soprattutto di quelli dei musulmani moderati.

Né voglio credere, come sembra supporre più d’uno, compreso Vittorio Messori, che tutti i musulmani siano potenziali terroristi, perché un’idea del genere mi ricorda tanto l’agghiacciante verbo del Far West “l’unico pellerossa buono è un pellerossa morto”.

Nel bagaglio etico dell’Europa di oggi temo che vi sia qualcosa che non funziona, forse una sorta di strabismo: se gli Stati stanno approntando leggi che puniscono penalmente chi fa revisionismo storico, antisemitismo, omofobia (anche con qualche rischio di reintrodurre dei reati di opinione) come la mettiamo con questa improvvisa santificazione del diritto di offendere? O ci sono offese e volgarità di serie A e altre di serie B? Censure di serie A e censure di serie B? E chi decide a riguardo? E su quali basi?

Una risposta a questi interrogativi qualcuno l’ha voluta dare: il socialista francese Mehdi Ouraoui, dichiaratamente ateo, sostiene ad esempio che Charlie Hebdo ha il diritto di offendere, perché mette in discussione le religioni, quindi un’idea, mentre Dieudonné va perseguito perché sostiene un crimine contro persone “reali”.

Mi si consenta: questo ragionamento sembra il modestissimo parto non di una mentalità laica, ma di una mentalità laicista di bassa caratura che considera la religione un sogno, il parto di una fantasia, quella che Freud e Russell definivano una pura illusione; ma per un cristiano Gesù è reale e vive in mezzo a noi, così come per un buddista il Buddha e per un islamico il Profeta. Allora, idea per idea, di questo passo sarebbe difficile considerare la stessa libertà un oggetto “reale”, visto che la Costituzione Italiana e la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo la definiscono un principio, un imperativo etico, un valore: vogliamo mettere in burletta anche la libertà?

Riprendendo allora le parole di Luther King, ma anche i princìpi liberali e illuministici del ‘700, quelli di Locke, di Rousseau, di Kant: non c’è libertà se non c‘è rispetto reciproco, perché la libertà nasce da una relazione, da un patto fra esseri umani dotati di pari dignità, e se viene esercitata senza il rispetto per l’Altro, perde il suo valore etico, cioè sociale, non è più la dote dell’intelligenza umana ma diventa la cieca, autoreferenziale, violenta licenza di un qualunque aggressore. Anche papa Francesco, tanto amato dai laici per la sua onestà intellettuale, è stato chiaro: la libertà non può consistere nell’offendere i sentimenti degli altri, in specie quelli più profondi e identitari.

La domanda allora è: dobbiamo permettere a qualcuno di inneggiare a Hitler e magari all’Isis? A parte che, come sostiene Di Battista sul Corriere, dovrebbe essere la forza delle idee a marginalizzare certi vaneggiamenti, piuttosto che la prigione; ma che senso ha, per colpire Hitler, sbeffeggiare tutti i tedeschi?

Per colpire Stalin, demonizzare tutti i comunisti? Per colpire l’Isis, offendere tutti i musulmani? Non è anche questo pregiudizio? Non è anche questo razzismo? Non è un modo di esercitare una libertà di parte? Non vi sono altre strade, per chiudere la bocca ai guerrafondai e ai violenti, che sparare ad alzo zero su chi è diverso da te? Non sarà, quel modo di fregarsene della sensibilità islamica da parte dei liberissimi vignettisti di Charlie Hebdo, esso stesso una forma di etnocentrismo paleocolonialista? E, alla fin fine, di razzismo?

Ogni assassinio è un crimine orrendo, specie se compiuto in nome di una religione, e di esso dobbiamo preoccuparci. Ma io credo che dell’affermazione di un Charbonnier, da troppi sottoscritta in questi giorni, dovrebbero non solo preoccuparsi musulmani, cristiani, credenti, conformisti, benpensanti, misoneisti e conservatori, ma anche ebrei, omosessuali e minoranze di varia natura, perché una volta proclamato il “tana libera tutti” o le regole dell’offendere valgono per tutti oppure non sono più regole, ma rischiano di diventare imposizioni e violenze parte, dettate dal vincitore di turno.

Se passa l’opinione di Charbonnier, che nell’Europa delle libertà offendere e fare blasfemìa è un diritto, o quella di Di Lorenzo, secondo cui offendere è una benedetta forma di anticonformismo, allora mi spiace: posso essere un francese offeso e terrorizzato dalla strage di Parigi; uno degli inermi clienti abbattuti al supermercato kosher; uno dei mille nigeriani ammazzati come cani da Boko Haram; uno dei giovani yazidi torturati e giustiziati per non essersi voluti convertire all’Isis; ma no, je ne suis pas Charlie.

Francesco Mattioli


 – Riccardo Valentini – Je suis Charlie, da solo non basta


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26 gennaio, 2015

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