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L'opinione del sociologo - Una riflessione sulle cinquanta sfumature di grigio del cristianesimo

Fondamentalismo porta fondamentalismo…

di Francesco Mattioli
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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli 

Viterbo – Fondamentalismo porta fondamentalismo. E’ successo nelle lotte tra papato e impero, nelle coeve Crociate, negli scontri tra cattolici e protestanti nella Mitteleuropa del Rinascimento e fino all’altro ieri in Irlanda, nella Guerra Fredda, e ancora nella Palestina di oggi. Così non può meravigliare che di fronte a certo fondamentalismo islamico sorgano contrapposti fondamentalismi cristiani. Nessuna meraviglia, certo; ma anche nessuna comprensione. Scriveva Mircea Eliade – un conservatore, per inciso – che le religioni rincorrono la storia, quindi si trasformano e, spesso, si alterano nel loro messaggio etico fondamentale.

La religione cristiana presenta – absit iniuria verbis – cinquanta sfumature di grigio; molte più dell’Islam. Perché è molto più antica, proviene da un milieu culturale – ebraismo, ellenismo – più articolato, perché si è estesa sui quattro continenti e, soprattutto, ha vissuto e contribuito a costruire in modo determinante la straordinaria esperienza del pensiero occidentale. Con buona pace del pensiero liberista e illuminista, l’idea di libertà, di impegno sociale e, soprattutto, di responsabilità individuale – che sono i cardini dell’occidentalismo – sono un prodotto originale (ecumenico, rispetto all’ebraismo; impegnato, rispetto allo stoicismo) del pensiero cristiano.

Ovviamente la storicizzazione, o meglio, la secolarizzazione del Cristianesimo, ha portato a varianti, differenze, persino a conflitti tra credenti. Ma, in gran parte di questi casi, è l’ideologia che ha prevaricato sul pensiero cristiano.

Al contrario, il Cristianesimo dovrebbe fondarsi su testi del Nuovo Testamento, e soprattutto su ciò che è scritto nel Vangelo. D’altronde, sul piano della ritraduzione politica del pensiero cristiano, occorre rifarsi oggi al personalismo di un Maritain e soprattutto al contributo di Luigi Sturzo e di Giorgio La Pira, i quali impegnano il cattolico a seguire il Vangelo.

Nel Vangelo non ci sono discorsi di intolleranza e di aggressione, anzi è ben evidente la volontà di Cristo di recuperare, innanzitutto, gli emarginati (l’adultera, il pubblicano, il pagano), cioè le pecorelle smarrite e comunque a rischio. Così, oggi la Chiesa – sotto la spinta certamente anche di papa Francesco – tende a riconsiderare la posizione dei separati, dei divorziati, degli omosessuali, ma anche semplicemente degli atei, per tentare di recuperarli ad un cammino di fede, o almeno di reciproco rispetto. Certo, non è stato sempre così: ci sono state l’Inquisizione, le conversioni forzose, le pene di morte, la maledizione degli ebrei, la marginalizzazione delle diversità, ma queste sono state le soluzioni politiche di una chiesa secolarizzata, storicizzata, non certo le conseguenze dell’etica evangelica. E da tutto ciò, a partire almeno dal Concilio Vaticano II, la Chiesa Cattolica ha preso nettamente le distanze.

Anche il motto Dio, Patria e Famiglia è un prodotto del tutto politico; perché gira soprattutto intorno al concetto di “patria”, che è una elaborazione ottocentesca (si pensi al pensiero irredentista risorgimentale o al concetto di heimat del romanticismo tedesco) ribadita in forme abnormi dal fascismo e dal nazionalsocialismo ma anche, per motivi differenti, dall’americanismo.

Un concetto che, di fronte alla globalizzazione delle culture e alla creazione di grandi agglomerati politico-economico-culturali, appare un tantino datato, se inteso in termini meramente nazionalistici.

Persino il richiamo a Dio, in questo caso, assume il sapore amaro del fondamentalismo, se viene chiamato a fare da copertura alle piccolezze della guerriglia politico-ideologica. Il richiamo alla famiglia di per sé potrebbe essere accettabile, ma a quale famiglia si ispirano gli autori e i sostenitori del motto? Alla famiglia patriarcale in cui la volontà del maschio dominante è insindacabile? Alla famiglia – come quella tedesca degli anni ’30 descritta da Horkheimer- in cui il padre padrone crea individui frustrati pronti a rivalersi, una volta adulti, su qualsiasi debolezza altrui? Alla famiglia che impone alla donna una posizione di sudditanza? Oppure ad una famiglia aperta, duale, responsabile, fondata più su referenti sostantivi, sentimentali, che formali? Perché questa non mi sembra sia quella che concepiscono i movimenti politici conservatori che agitano il motto Dio, Patria e Famiglia.

Oggigiorno ci può anche essere qualcuno che cova l’idea di fare repulisti dei rom e di armarsi e di partire per restituire i sacri lidi della Libia ai discendenti di Cesare.

Ma per carità, che non lo faccia in nome del Cattolicesimo e men che meno in nome del Vangelo di Cristo.

Francesco Mattioli

 


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26 febbraio, 2015

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