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Viterbo - Cinquantamila donne italiane vittime delle violenze e degli stupri di massa - Interviene Ferdinando Signorelli

“Le marocchinate”, una pagina dolorosa della storia”

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Una veduta di Viterbo dall'alto

Una veduta di Viterbo dall’alto

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Manca tuttora, nel grande libro della nostra memoria storica collettiva, la pagina riguardante la dolorosa vicenda di quelle cinquantamila donne italiane vittime delle violenze e degli stupri di massa, avvenuti durante la seconda Guerra mondiale.

La loro colpa fu soltanto quella di essersi trovate sul percorso delle truppe nord-africane francesi (in gran parte marocchine), incorporate nella Quinta Armata americana.

La furia bestiale di queste ultime si scatenò a partire dallo sfondamento del fronte di guerra di Cassino, nel maggio 1944, sulle indifese popolazioni ed in particolare sulle donne (e non solo) dei paesi dei Monti Aurunci e via via di quelli della Ciociaria (tra cui Castro dei Volsci, ove fu girato il film “La Ciociara”, tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia, diretto da De Sica ed interpretato da Sofia Loren, che ne ottenne il premio Oscar), del Viterbese, fino a raggiungere Grosseto e Siena, dove avvennero episodi raccapriccianti.

Quelle donne furono chiamate “le Marocchinate”, con una espressione che la dice lunga sulla loro condizione che dopo oltre settanta anni richiama ancora alla memoria dei superstiti l’orrore di quei fatti.

Stiamo trattando di poveri esseri umani, violati nelle loro carni e nelle loro anime e, successivamente, nella loro dignità di cittadine, con la cancellazione della loro stessa categoria “imbarazzante” tanto da non poter essere neanche assimilata alle vittime civili di guerra, in uno scarico di responsabilità e di competenze tra le varie autorità ed istituzioni dello Stato.

Quello Stato che, alla fine di tutto, ne è uscito vittorioso per aver risparmiato sulla loro pelle le spese degli eventuali indennizzi in vita ed in morte, considerata la ineluttabilità della loro scomparsa. Il caso è chiuso ma l’ingiustizia rimane.

In mancanza ed in attesa di un atto formale che le ponga nella giusta collocazione storica, come fu reso possibile con l’atto del Parlamento Italiano per le vittime delle “foibe” delle popolazioni dalmato-istriane, alle quali fu dedicato il 10 febbraio come Giorno del Ricordo, mi auspico, a nome della Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate, che la Festa Internazionale della Donna sia occasione di stimolo e di memoria, anche solo con un doveroso ricordo e l’omaggio, almeno, di una ideale mimosa.

Ferdinando Signorelli
Presidente onorario dell’Associazione nazionale vittime delle marocchinate – Anvm


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21 marzo, 2015

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