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L'irriverente - La storia di Giovanni Lanza che nel 1870 firmò l'annessione di Viterbo a Roma

Il presidente che cancellò la provincia con un tratto di penna…

di Renzo Trappolini
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Renzo Trappolini

Renzo Trappolini 

Viterbo – Il presidente del consiglio che “con un tratto di penna”, secondo l’efficace espressione di Cesare Pinzi, cancellò la provincia di Viterbo si chiamava Giovanni Lanza e firmò a Firenze il decreto di annessione a Roma.

Da Firenze, quasi centocinquant’anni dopo, viene un altro presidente del consiglio, quello che le province voleva sopprimerle tout court ma ha firmato una legge che le mantiene nello stesso territorio con funzioni in parte modificate, organi, personale di non agevole ricollocazione e prevedibili conflitti di attribuzione con altri enti. Senza però la mediazione del giudizio popolare diretto che non ci sarà perché i capi provinciali se li sceglieranno tra loro i politici locali.

Certo, Renzi ha trovato un’organizzazione delle istituzioni molto più rigida di quando – era il 1870 – lo stato unitario si costruiva ex novo e Lanza alla delegazione del comune di Viterbo andata a Firenze per protestare spiegava che “la soppressione della provincia era un primo passo verso la riunione di tutte le province in pochi grandi dipartimenti”, nell’obiettivo di una semplificazione amministrativa che avrebbe comunque “lasciato ai singoli distretti gran parte della trattazione degli interessi locali”.

Piemontese delle Langhe, Lanza era figlio della rigorosa cultura amministrativa sabauda e se ne propose esportatore da primo capo del governo dello stato unitario.

Il parlamento, anche allora, era “diviso in troppi gruppi tenuti insieme non tanto da un programma politico quanto dalla fedeltà ad un singolo leader” ma Lanza, uomo di Destra, sosteneva che al suo “buon funzionamento fosse necessaria l’esistenza di un partito di sinistra forte”. Sia per avere più proposte di soluzione ai problemi, sia per l’alternanza di governo, sia per “impedire agli interessi costituiti di mettere radici”, quelle da cui derivano clientelismo e corruzione.

Il giudizio è di Mack Smith, uno dei maggiori storici del nostro risorgimento e va bene anche per l’oggi. Vien infatti da ricordare queste cose di fronte all’occasione che pare perduta di un intervento organico sulle istituzioni che avrebbe potuto interessare competenze ma anche territori degli enti periferici (il Molise è grande come la Tuscia ed è regione) e, a livello centrale, ricorrere al “ tratto di penna” evocato da Pinzi su una sola parola: “Senato”. Tout court. Rapidamente, comprensibilmente ed efficacemente.

Renzo Trappolini


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11 marzo, 2015

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