Viterbo – Scavi clandestini e pareti di tufo che si sgretolano. È il ritratto della Viterbo sotterranea che emerge dalle foto che abbiamo scattato e dai video girati tra i cunicoli che si infilano sotto al Colle del duomo: palazzo dei Papi, piazza San Lorenzo, ospedale Vecchio (video – fotocronaca – slide).
Siamo entrati dalle parti di via Sant’Antonio insieme all’archeologo Alberto Pichardo Gallardo che da anni è alla ricerca della tomba di Papa Alessandro IV.
Storia, arte e archeologia. Tra palazzo Di Vico e Valle Faul dove si sta costruendo l’ascensore che collegherà la valle con il centro storico cittadino. Cunicoli con pale, guanti, torce e muri sfondati per creare nuove vie alla ricerca di reperti archeologici e butti medievali. A una decina di metri di profondità con pareti che, tra tufo e cenere, vengono giù che è una “bellezza”. Si fa per dire.
Il ventre di una città nottetempo saccheggiata, nonostante i tentativi del comune di Viterbo di chiudere tutte le vie d’accesso e magari trasformare i sotterranei in un percorso turistico aperto a tutti: turisti e cittadini. Sarebbe l’ideale. A lasciar ben sperare, comunque, i lavori di sistemazione delle aree esterne a palazzo Di Vico.
“Il recupero di una piazza medievale attualmente interrata, con un intervento di valorizzazione archeologica – si legge sul sito www.plusviterbo.it dove si dà trasparenza ai lavori che si stanno facendo – permetterà di ripristinare il collegamento pedonale originario tra il colle del Duomo e la sottostante Valle di Faul, attraverso un sistema di piazze che consentirà l’accesso a via dei Pellegrini e a piazza del Gesù.
Ciò favorirà – conclude la descrizione – un sempre maggior utilizzo dei servizi presenti nel centro storico. L’intervento prevede inoltre la riqualificazione di una porzione delle cantine del palazzo, per fini turistici e culturali”.
Tuttavia, sono ancora molti gli scavi clandestini, altrettanti quelli messi in piedi nel corso degli ultimi mesi. Una volta erano “solo” tombaroli, che poi vendevano a conoscenti e professionisti del posto, magari per ricattarli, forse su commissione, talvolta a copertura di giri d’usura che s’annidavano nel centro storico. Oggi parliamo invece di archeomafie. Decisamente peggio.
Fontane ed archi medioevali, vie di fuga, acquedotti romani, pozzi e tombe etrusche, butti e carotaggi fatti ad arte. Graffiti, vecchi impianti della luce e torce. Entra tutto nel mirino. Trovare un piatto del ’300 significa mettersi in tasca dai 60mila euro in su. In pieno centro e alla portata di tutti.
A patto che si abbiano i canali giusti di smercio, cosa che – causa crisi – un piccolo centro di provincia non riesce più a garantire. E non riesce più a garantirlo perché la crisi economica ha messo in seria difficoltà – e forse l’ha addirittura spazzato via – tutto quel tessuto socio-economico capace di formare una domanda di reperti archeologici tale da assorbire l’offerta. Se non tutta, quasi.
Non solo, ma non conviene più tenersi in casa un pezzo etrusco dovendolo nascondere da occhi indiscreti rischiando così di andare incontro a una denuncia. Difficile, nel XXI secolo, dire che quell’oggetto risalente al III secolo a.C. appartiene alla propria famiglia dal XIX o primi 30 anni del XX. Allora perché continuare a scavare se poi non c’è più nessuno che compra?
Perché a piazzarli sul mercato ci pensano le organizzazioni criminali. Un mercato che, però, non è più cittadino, bensì estero. Ma prima ancora di finire in qualche museo d’altri continenti rispetto al nostro, il vaso di una necropoli o un servizio di piatti medievali – proveniente magari dai sotterranei della Città dei papi – torna decisamente utile al riciclaggio di denaro sporco.
Ecco perché parliamo di archeomafie. Perché si tratta – come spiegava tempo fa Tsao Cevoli dell’osservatorio internazionale archeomafie di Napoli – di traffici che “presuppongono necessariamente una rete criminale ben strutturata”. E “solo le organizzazioni criminali di stampo mafioso dispongono di un controllo capillare del territorio e di una rete internazionale abbastanza ampia e ramificata da essere in grado di gestire tutto il lungo e complesso iter che va dal furto e dallo scavo clandestino all’esportazione illegale delle opere, sfruttando gli stessi sistemi e canali dei traffici delle armi, della droga e degli esseri umani”.
“Il sistema con cui si ricava denaro dalle opere rubate è ‘semplice’ – sottolineava invece l’ultimo rapporto dell’osservatorio ambiente e legalità ‘Rosario Livatino’ – I pezzi rari e di alto valore, facilmente identificabili, una volta sottratti vengono allontanati al più presto dal punto in cui è avvenuto il furto o vengono nascosti. A volte per anni. Se poi i ladri non trovano acquirenti diretti (collezionisti privati), si rivolgono allora ad un mercato diverso. Quello appunto dei ladri professionisti, legati a un circuito di distribuzione su scala internazionale, che provvedono anche alla falsificazione dei documenti”.
Fare uscire i reperti dalla Tuscia – come ci ha raccontato dal canto suo un “tombarolo” – non è poi così difficile. Basta avere un luogo dove farli transitare e il contatto con le organizzazioni criminali, che anche sul territorio della Tuscia di certo non mancano. Come fanno quest’ultime a sapere che non si tratta di una bufala? Innanzitutto dispongono di un esperto che conosce bene il territorio.
È lui che dà le indicazioni su dove scavare e presiede – non sempre – agli scavi che toccano invece ad una manovalanza prevalentemente extracomunitaria. Inoltre, appena estratto il reperto dal terreno o mentre lo si sta estraendo, si scatta anche una foto. Pezzi che devono essere consegnati intatti o di facile restauro. Spetterà poi alle organizzazioni criminali far uscire i reperti dal paese. In tal caso dalla provincia di Viterbo.
Come? Il porto di Civitavecchia oppure roulotte, caravan e camion merci. La prima tappa sono depositi d’arte nei paradisi fiscali. In attesa del momento opportuno per il riciclaggio di denaro. In che modo avviene quest’ultimo? Vendendolo in aste pubbliche per ottenere in cambio un assegno firmato e certificato da una casa d’asta straniera. In particolare quelle che hanno l’obbligo di mantenere l’anonimato in entrata e in uscita. L’anonimato di chi vende e chi compra.
E ad acquistarlo sarà un prestanome incaricato anche di far crescere artificialmente le quotazioni a cifre elevate. Maggiore è il prezzo d’acquisto, maggiore il denaro riciclato, maggiore il costo del reperto che poi verrà di nuovo rimpiazzato sul mercato. Perché il denaro riciclato e capitalizzato nel marmo di una statua o nel corredo di una tomba deve tornare ad essere denaro. Lavato e pulito. Quindi, riciclaggio e profitto.
Lo scavo clandestino m’è costato 10, trasportarlo fuori dall’Italia 50. Devo riciclare 1.000, base d’asta che faccio dunque salire a 1.500, il prezzo con cui lo rivendo sul mercato. Magari ad un museo che poi mi mette una didascalia al reperto con su scritto: “provenienza sconosciuta”… chissà perché!
Daniele Camilli
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