Tuscania – Quando i carabinieri sono arrivati all’incrocio della Tarquiniese dove era stato segnalato un incidente stradale, ci hanno messo un po’ a trovare il punto esatto.
Poi, nascosto tra le sterpaglie di una stradina bianca laterale, hanno notato il cadavere di un uomo. Era riverso a terra, come se fosse finito lì dopo un volo di qualche metro. Indosso aveva un giacchetto da moto e uno zaino infilato sulle spalle: dentro dei teli da mare e un paio di ciabatte infradito.
Poco lontano c’era la Yamaha, rimasta incastrata dopo lo schianto tra l’erba e lo scolo delle acque che costeggia la strada asfaltata.
Erano circa le 2 di notte del 2 settembre 2013 e i militari erano stati informati dello schianto da un passante che aveva chiamato il 112. Nell’incidente era coinvolta solo la moto, ma ai carabinieri qualcosa non tornava. Il dubbio, in particolare, era che il 38enne trovato morto sul ciglio della strada non fosse il conducente o, almeno, non fosse solo al momento dello schianto.
“L’uomo deceduto (Danilo Baratta ndr) – spiega in tribunale uno dei carabinieri che si occupò dei rilievi – aveva indosso delle ciabatte da mare, non portava i guanti e aveva lo zaino sulle spalle. Tutti elementi che ci hanno fatto credere che non fosse stato lui alla guida di quella Yamaha. Vicino al cadavere, poi, c’erano diverse impronte di una scarpa da ginnastica, rimaste in evidenza per via della polvere e del sangue. Era come se qualcuno si fosse avvicinato più volte alla salma per poi andarsene…”
Solo più tardi, approfondendo le indagini, i militari sono risaliti a chi fosse l’altra persona a bordo della moto. Si trattava di C.L. finito poi in tribunale con l’accusa di omicidio colposo.
“Abbiamo saputo che C.L. si trovava in ospedale a Belcolle – continua il maresciallo – perché ce lo aveva portato un passante. Quando i sanitari ci hanno dato l’ok lo abbiamo interrogato e ci siamo fatti portare i suoi vestiti di quella sera da un parente. Tra questi un guanto e le sue scarpe da ginnastica, che coincidevano perfettamente con le impronte trovate vicino al cadavere. Erano molto rovinate e sporche di sangue”.
In aula il giudice Silvia Mattei ha ascoltato anche l’automobilista che lo soccorse, un uomo sulla sessantina, che fu pregato da C.L. di fermarsi per dargli un passaggio.
“Ero stato a pesca fino a verso mezzanotte – ricorda l’uomo -. Stavo tornando a casa in macchina e all’incrocio sulla Tarquiniese ho visto una persona che barcollava con le mani alzate. Mi ha chiesto aiuto spiegandomi che era caduto con la moto. La faccia era così sporca di terra e di sangue che non riuscivo neanche a capire che età potesse avere. Era bagnato ovunque e pieno di lacerazioni. Sul petto indossava probabilmente una di quelle protezioni in plastica che usano i motociclisti, anche se ormai era ridotta a brandelli”.
Dopo qualche istante di indecisione il passante decide di prestargli soccorso e di farlo salire in macchina.
“Era molto agitato e cercava in tutti i modi di aprire lo sportello della mia macchina – continua -. Io ho cercato di calmarlo e di farlo salire, toccandolo il meno possibile. Alternava momenti di confusione ad attimi di lucidità, ma una cosa era ben chiara: non voleva essere portato in ospedale”.
Del fatto che sulla Tarquiniese ci fosse un’altra persona riversa a terra, già morta, nemmeno un accenno.
“Mi diceva che dovevo portarlo a Lugnano in Teverina – aggiunge l’uomo -. Ripeteva in continuazione: ‘ti prego, se mi porti a casa ti pago; se mi porti in ospedale mi fai passare i guai’. Ma non mi ha mai detto che ci fossero altre persone con lui. Disse solo che era stato al mare e aveva bevuto qualche bicchiere di birra. Poi, che dopo l’incidente era rimasto molto tempo sulla strada. Intanto si lamentava di continui dolori al petto e vedevo che aveva bisogno di cure, quindi nonostante non volesse l’ho portato a Belcolle”.
Mentre il ferito veniva trasportato in ospedale, ai carabinieri giungeva la chiamata di un altro passante, che però non si era fermato a soccorrere C.L.
“Intorno all’1 di notte del 2 febbraio 2013 ero in macchina con un mio amico – riferisce al giudice – e all’incrocio ci ha fermato una persona che ci chiedeva un passaggio dicendo di essere stato vittima di un incidente. Ma la situazione ci era sembrata troppo strana: non ricordava il punto preciso, non voleva che intervenissero le forze dell’ordine, né il 118. Quindi lo abbiamo lasciato lì e ci siamo limitati a chiamare i carabinieri”.
Il processo prosegue a giugno con l’ascolto di altri tre testimoni dell’accusa.
Francesca Buzzi
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