Roma – Alla fine il tempo gli ha dato ragione: dopo 35 anni e con il supporto un papa latinoamericano, oggi avrà luogo la beatificazione di monsignor Oscar Romero.
Certamente, quella che il cardinale Angelo Amato, prefetto della congregazione per le cause dei santi, celebrerà oggi a San Salvador (attesi tra 250mila e 30omila fedeli) non sarà una celebrazione qualsiasi. Perché al di là del riconoscimento della santità di Oscar Arnulfo Romero ci sono altri mille significati a giustificare la causa.
L’arcivescovo salvadoregno, infatti, fu ucciso mentre celebrava una messa in un ospizio: era il 24 maggio 1980 e nella cappella della divina provvidenza un sicario degli squadroni della morte di Roberto D’Aubuisson (fondatore dell’Alianza republicana nacionalista e membro della Lega anticomunista mondiale) gli tolse la vita senza pietà. La successiva guerra civile provocò migliaia di morti, ma sparizioni e omicidi erano già all’ordine del giorno e Romero pagò con la vita il fatto di non tacere di fronte all’ingiustizia, e di essersi schierato chiaramente dalla parte dei campesinos: i poveri, i tormentati.
Una storia toccante, che negli anni ha avuto una ridondanza incredibile, eppure “il vescovo degli oppressi” ha dovuto aspettare un papa sudamericano per essere riconosciuto martire. Sono state tante le resistenze alla sua beatificazione, ma certamente non da parte di Giovanni Paolo II, che nel 1983 pregò sulla sua tomba asserendo che “Romero è nostro”.
Tra chi rallentava il processo c’era il cardinale colombiano Alfonso Lopez Trujillo, anche se in una sorta di buona fede: il porporato, in effetti, si è da sempre basato sulle informazioni che gli giungevano. E nel caso di Romero molte di queste erano distorte: calunnie, dicerie, voci di coinvolgimento con la teologia della liberazione e tendenze marxiste, il più delle volte alimentate da preti e vescovi compromessi con il regime. Del resto, non poteva non essere così, nella storia di un vescovo martire.
A pesare ancor di più sulla celebrazione, il fatto che Romero era perfettamente conscio del fatto di rischiare la vita. In un’intervista a “Prensa latina” concessa un mese prima di essere ucciso, dichiarò: “mi è giunta notizia di essere stato incluso nella lista delle persone da eliminare. Statene certi: nessuno può uccidere la voce della giustizia. Tornerà a farsi sentire e, prima di quando ci si aspetti, vincerà”.
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