Viterbo – Un pezzo di quella storia si svolse a Viterbo.
Nel sessantottesimo anniversario della strage di Portella della Ginestra, il ministro della Giustizia Andrea Orlando si è recato sul luogo dell’eccidio del primo maggio del ’47, in provincia di Palermo.
Morirono in undici, nove adulti e due bambini. I colpi di mitra partiti dal monte Pelavet, che puntavano alla folla, lasciarono a terra anche 27 feriti.
Nella vallata tra i monti Pelavet, Kumeta e Maja erano venuti a manifestare circa duemila lavoratori, in prevalenza contadini, che protestavano contro il latifondismo e festeggiavano l’esito delle recenti elezioni per l’assemblea regionale siciliana.
Il processo, da Palermo, fu spostato a Viterbo per legittima suspicione, vale a dire, dubbi sull’imparzialità dei giudici. La Corte d’Assise viterbese ritenne responsabile dell’eccidio Salvatore Giuliano e i suoi uomini, condannati all’ergastolo nel ’53. Giuliano era morto da tre anni.
“Sento tutta la responsabilità e il significato di questa mia presenza in un luogo pieno di simboli e di memoria civile”, ha detto il ministro Orlando che, stamattina, ha incontrato uno dei sopravvissuti alla strage, nella commemorazione organizzata dalla Cgil nazionale e provinciale.
“A mia memoria – afferma Enzo Campo, segretario della camera del lavoro di Palermo – è la prima volta che un ministro si reca a Portella della Ginestra e Orlando l’ha fatto dando dignità e valore ai morti nella strage e parlando di quella tragedia come uno snodo nella storia del Paese”.
Campo sottolinea l’esigenza di andare ancor più in profondità, per valutare ulteriori responsabilità: “Alla luce della desecretazione degli atti, occorre vedere se ci sono le condizioni per riaprire il processo sui mandanti della strage, dopo che la giustizia si è limitata, nel processo di Viterbo, a stabilire che a sparare fu la banda Giuliano”.
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