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L'irriverente - Una riflessione sulla questione dei vitalizi ai condannati e le dichiarazioni del senatore viterbese

Ma cosa voleva dire Sposetti?

di Renzo Trappolini
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Ugo Sposetti

Ugo Sposetti

Renzo Trappolini

Renzo Trappolini

Viterbo – Ugo Sposetti si  è alzato parlare per primo in senato, alle 9,35 di giovedì 7 maggio, per richiamare i colleghi a non decidere sul mantenimento del vitalizio agli ex parlamentari definitivamente condannati solo perché tra meno di un mese ci sono le elezioni.

Voleva evitare che l’alzabandiera elettorale facesse prevalere, rispetto ad un testo giuridicamente più ponderato, il solito ed interessato gioco a chi le spara più grosse per raccogliere più voti.

Infatti, è cosa nota che delibere o leggi abborracciate e fatte in fretta rischiano forte sul fronte dei ricorsi giudiziari.

Un rischio reale, come quello della norma sulle pensioni scritta con altrettanta fretta dal governo dei tecnici di Monti e Fornero per “salvare” il paese: tanto “tecnica” da essere ora giudicata incostituzionale e creare nel bilancio un buco più grande di quello che si voleva tamponare.

Fu scritta in buona fede o i tecnici, pur già immaginando, preferirono l’accaparrarsi, di fronte all’ Italia all’ Europa, della medaglia (fasulla) al valore del rigore?

Che i parlamentari e consiglieri regionali, gli unici ad aver ancora diritto al vitalizio, non lo debbano meritare se riconosciuti colpevoli in via definitiva è pacifico ed avrebbe dovuto essere deciso da tempo. E bene, perché nel paese dei legulei e dei cavilli, può sempre esserci un giudice che accoglie il ricorso del condannato e apre la strada alla cancellazione della pena.

Ecco, leggendo il resoconto parlamentare, sembra che Ugo Sposetti mirasse ad un intervento legislativo più ponderato perché fosse davvero efficace. Insomma, fatto come si deve e non per vantarsene in tv sotto gli archi di trionfo del cambio verso.

Ma a Sposetti non è stato nemmeno dato di concludere il suo ragionamento, subissato da insulti e impedito di dire, come avrebbe voluto, anche i nomi di chi e come sarebbe incappato nella gogna.

Anzi il suo capogruppo lo ha smentito, sostenendo le ragioni dell’urgenza.

Lui, il senatore Zanda, in senato dal 2003 e sicuramente parte importante della “razza padrona”, direbbe Scalfari, che governa realmente il paese: figlio di un capo della Polizia e poi, prima di andare in senato, consigliere politico ed amico del presidente della repubblica Francesco Cossiga fin dai tempi in cui fu rapito Moro. Così importante che Cossiga ministro dell’Interno consegnò la lettera di dimissioni a lui “sardo di cui mi fidavo ciecamente”.

Da allora, Zanda, e poi il suo partito (nelle varie composizioni), avrebbero ben potuto spingere per togliere il vitalizio ai parlamentari condannati, senza aspettare ad agire, come la gatta presciolosa, lo sdegno popolare, i 5 Stelle e le elezioni regionali di fine maggio.

Si capisce, perciò, anche l’indignazione dei tantissimi commenti, tutti negativi, scritti in Tusciaweb a margine della notizia.

Indigna anche, però, che non ci sia stata una voce ufficiale del Pd locale a condannare o a spiegare l’atteggiamento del suo senatore.

Chi me l’avrebbe detto, tanti anni fa, quando tra democristiani e comunisti ce ne davamo di santa ragione, che a cercare di capire quel che ha voluto dire il segretario del Pci viterbese del 1978 potesse essere il segretario Dc di quei tempi entusiasmanti. Proprio ora che l’entusiasmo, davvero, non c’è più.

Renzo Trappolini


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10 maggio, 2015

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