Viterbo – (s.m.) – L’eleganza da principe è nel suo completo carta da zucchero, nella cravatta color prugna, nelle scarpe argentate ed eccentriche. Ma il “principe” Luciano Porcari ha l’aria sgualcita.
Così, con il titolo di principe, si è presentato ieri ai titolari del bed and breakfast a Bolsena, dov’è arrivato nel suo primo e unico giorno di latitanza.
Alle spalle, un passato che fa paura, tra l’omicidio della compagna e il dirottamento aereo più lungo della storia nel ’77, quando prese in ostaggio i passeggeri per 60 ore per vedere i figli.
Libero da poche settimane, è tornato a delinquere per lo stesso, vecchio motivo: incontrare la figlia che non vedeva da ventun anni. Per questo, due giorni fa, ha violato la sorveglianza speciale, disposta il 28 maggio dal tribunale di Terni: qui ha l’obbligo di vivere, senza mai allontanarsi di notte dall’albergo in cui abita.
“Dal 2 giugno aveva fatto perdere le sue tracce – spiega il tenente Mario Milillo, del nucleo operativo radiomobile di Orvieto -. Ma ai carabinieri di Castel Viscardo erano arrivate telefonate minatorie: diceva che sarebbe andato a prendere la figlia in compagnia di un AK-47. Un fucile”. Secondo il carabiniere, nei suoi ventun anni di carcere, Porcari aveva minacciato più volte giudici e familiari.
Lui ripercorre in due minuti la sua storia: ex colonnello dei servizi, assume nella sua fabbrica a Orvieto una giovane donna di cui si innamora. Roberta Zanetti, 27enne, che gli darà una figlia nel ’91. “Tre anni dopo ho trovato la mia signora a letto con un magistrato di Orvieto. Non ho reagito: ho solo preso la mia bambina e me ne sono andato, con lui che minacciava di farmi arrestare per questo”. Il 2 febbraio del ’94 Porcari sgozza la compagna dopo averla sequestrata per ore e spara alla suocera. Arrestato, resta in carcere per ventun anni. Era uscito a fine maggio.
“Ho pagato il mio debito con la giustizia – ha detto stamattina al giudice Eugenio Turco -. Dai magistrati di sorveglianza non voglio niente. Ho rifiutato anche la liberazione anticipata. Tutto quello che voglio è vedere mia figlia”.
Il giudice convalida l’arresto, respinge la richiesta di mandarlo in carcere e trasferisce gli atti a Terni per competenza territoriale. Porcari tornerà di nuovo sotto sorveglianza speciale.
Per il pm Franco Pacifici, il carcere era l’unica misura preventiva possibile. L’avvocato Roberta Boccolini si è opposta: Porcari era a Bolsena, non a Castel Viscardo, paese in cui, su disposizione dei giudici, non può tornare. Alla figlia, tra l’altro, non è neppure riuscito ad avvicinarsi. E questo, per lui, è inaccettabile: “Voglio mia figlia – ripete al pm -. Il problema non è risolto”.
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