Viterbo – Il conclave ha fatto il pieno, ‘sta volta non di cardinali ma degli eredi di chi li mise sottochiave. Quasi otto secoli fa, nel 1270. Più di mille giorni, per l’esattezza 1006, per eleggere un Papa che avrebbe dovuto prendere il posto di Clemente IV passato a miglior vita due anni prima. A due passi da casa nostra, a Viterbo.
Quando i viterbesi – che all’epoca ancora si incazzavano – scoperchiarono il tetto di Palazzo dei Papi e dissero chiaro e tondo ai porporati ch’avevano ‘n po’ stufato e ch’era ora che la finissero. Non tanto perché non si decidevano ad eleggere il nuovo Pontefice – che alla fine fu quell’illustre sconosciuto di Gregorio X, al secolo Tedaldo Visconti, 184° Papa di santa Romana Chiesa – ma perché fecero della città carne di porco. Tra corruzione, sperperi e sputtanamento d’ogni grado e tipo.
A rievocare la vicenda, la Banda del Racconto. Rievocazione storica e in costume. Al Festival Caffeina Cultura in corso per le vie del centro storico viterbese. Nei sotterranei di Palazzo dei Papi. Proprio lì, dove tutto avvenne e lo scorso fine settimana s’è visto arrivare qualche centinaia di persone. A ondate, perché oltre allo spettacolo c’è stata pure la replica. “In grembo a Dio”, questo il titolo della rappresentazione. La “prima” in assoluto c’è stata il 26 giugno, seconda con replica il 28. Il 2 e il 4 luglio, ore 21 e 22.30, gli ultimi due spettacoli. Per la regia di Pietro Benedetti e testo d’Antonello Ricci. Con Pietro Benedetti, Laura Antonini e Angelo Frateiacci. Roberto Pecci e Antonio Tonietti musicisti. Donato De Acutis, poeta improvvisatore. Costumi d’epoca di Nicoletta Vicenzi e Direzione artistica di Antonello Ricci.
Dunque, il primo conclave della storia e la Viterbo del suo tempo, parola per parola, passo dopo passo. Da Raniero Gatti al giullare Frisigello; dai diplomi cardinalizi ai cronisti locali; dalle epigrafi monumentali ai protocolli notarili e alle pitture infamanti, fino latino delle costituzioni apostoliche e al volgare illustre di Dante e Boccaccio. Con un omaggio, al termine, ai versi dialettali del poeta viterbese Ezio Urbani.
Uno spettacolo che ha la capacità di raccontare non solo il fatto in se’, ma la stratificazione sociale che gli si fece attorno, costringendo i potenti a capitolare sotto i colpi di “pezzenti” e borghesi che non gradirono l’affronto a una città saccheggiata per tre anni da predoni vestiti da prete. L’affresco di un mondo recuperato e poi restituito ai suoi legittimi proprietari. Attori e narratori che recitano, ma sul loro volto – da Antonello Ricci a Pietro Benedetti – quegli stessi tratti, le stesse espressioni, tali e quali ai volti dipinti da Lorenzo da Viterbo nella cappella Mazzatosta della chiesa di Santa Maria della Verità. Cambia solo lo sfondo. Non solo la città, ma pure il contado, cantato da Donato De Acutis, poeta a braccio.
E il pubblico ha apprezzato, tutti: Ricci e Benedetti-Frisigello, l’Antonini scalpellino e Papa, Frateiacci il Podestà, Pecci e Tonietti alle “percussioni” e la Vincenzi che li ha vestiti. Il tutto, con tanto di monito finale, a futura memoria. Quello che Gregorio X – che va detto, ci prese gusto – mise nero su bianco qualche anno dopo con la Costituzione apostolica Ubi Periculum. Costituzione in cui, per evitare altre rivolte, e perché s’era veramente esagerato, disse urbi et orbi che – se la prossima volta i cardinali non se sbrigavano – dopo tre giorni, per pasto, avrebbero ricevuto una sola portata e dopo cinque soltanto pane e acqua. E peggio ancora, durante il conclave nessuno di loro poteva ricevere alcuna rendita ecclesiastica.
Viterbo “in cathedra”, come non lo è più stata. E infine la Chiesa, che quella volta, mostrò a se stessa e al mondo che non sempre, morto un Papa, se ne fa subito un altro.
Daniele Camilli
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