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L'opinione del sociologo

Tutti parlano di cultura, ma cosa significa veramente?

di Francesco Mattioli
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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – E’ uno dei termini più utilizzati, ma proprio per questo probabilmente difficile da definire esattamente.

Oggi tutti parlano di cultura, a vario titolo, ma se si prova a chiederne una definizione, allora sorge qualche problema; vi ricordate la barzelletta del millepiedi?

Correva spedito, poi gli chiesero come ordinava la successione del movimento delle zampe e per pensarci su si intricò rimase bloccato. Succede quando si parla di cultura, ma semplicemente perché se ne danno tanti significati.

Tralasciamone provvisoriamente uno, quello antropologico sociologico, che si riferisce agli usi e ai costumi di un popolo, di un gruppo, di una categoria sociale: modi di pensare (cultura spirituale) e modi di fare (cultura materiale, compresa l’alimentazione) consolidati, autoreferenziali, quindi la cultura maya, quella cinese, ma anche le subculture come quella giovanile, ad esempio.

Nel linguaggio comune il termine cultura lo associamo soprattutto alle manifestazioni dell’arte: letteratura, teatro, musica, danza, arti figurative, ad un sapere che eleva la mente al di là e al di sopra della nostra vita quotidiana.

Tuttavia, anche qui possiamo fare delle distinzioni: ci sono una cultura “popolare” e una cultura “alta”, che secondo Gramsci possono incontrarsi se non vengono stabilite a priori da una differenza sociale, di classe, e si ricollegano invece a due diverse forme espressive, quella del mantenimento orizzontale del sapere e quella della sperimentazione di nuove strade intellettuali.

La prima consente l’accesso diffuso alla conoscenza, l’altra è inevitabilmente elitaria, praticata e apprezzata solo da determinati soggetti, finché non riuscirà a consolidarsi un processo di conoscenza/ apprendimento più ampio.

E’ il motivo per cui, osservando un quadro cubista, molte persone inizialmente non lo capivano, anzi lo criticavano quasi con insolenza, mentre potevano leggere e apprezzare facilmente un’opera di Caravaggio.

In realtà, le situazioni intermedie fra questi due estremi sono poi le più diffuse, perché la cultura è espressione, quindi comunicazione, quindi dialogo, scambio: così, come il dialogo tra due interlocutori cresce, si consolida e si evolve, così la cultura si trasforma, si arricchisce e mantiene quella che è la sua caratteristica prioritaria: essere espressione di creatività, saper guardare oltre l’orizzonte…

Perché la cultura si mantenga come dialogo creativo è necessario che essa sia appresa, divulgata, comunicata. Appunto “scambiata”. Ecco perché soprattutto oggi, nell’epoca della globalizzazione, delle società multiculturali, si auspica un incontro di culture, perché si tratta di un incontro di tradizioni e di creatività, quindi un incontro di “menti”, prima ancora che di corpi. Ma con questo discorso, come in una sorta di circolo vizioso, ecco che ritorna il concetto di cultura come tradizione culturale di un popolo.

Così, “fare cultura” diventa all’un tempo garanzia della propria identità storica e stimolo per una crescita creativa e progettuale. Tentare di fare cultura con uno solo di questi obiettivi è fallace: se non hai tradizione non hai identità, non hai un “volto” da proporre nel dialogo culturale, ma se non sei creativo e innovativo quel volto diventa rugoso, ripetitivo, alla lunga illeggibile e privo di interesse.

Oggi la cultura è considerata un “bene” non più solo immateriale, ma anche materiale, perché può costituire, in alcuni territori ricchi di emergenze e tradizioni culturali, un volano di sviluppo economico. Ecco perché si è parlato talvolta di “giacimenti culturali”, con un termine che un pochino ripugna, perché fa sottostare la creatività e l’espressività culturale ad una logica di mercato, ma che pragmaticamente funziona.

In tal caso al concetto di cultura si avvicinano altri concetti, come “paradigma di progresso economico”, “valorizzazione del bene”, “riqualificazione”, “domanda e offerta turistica”, “industrie culturali”, “start up”, che provengono dal mondo dell’economia piuttosto che da quello dell’umanesimo culturale. Ben vengano, se significa stare tutti meglio, sotto ogni punto di vista e soprattutto stimolare la produzione (altro termine economico, guarda un po’….) culturale.

Si parla talvolta anche di “cultura sostenibile”, per lo più a sproposito. E’ uno dei nuovi mantra del politically correct, ma va riempito di significati veri, altrimenti diventa una formula giaculatoria di cui si perde il senso. Innanzitutto, si dovrebbe parlare per lo più di “cultura della sostenibilità”, cioè di una concezione della realtà che riconosca l’interrelazione tra la vita sociale e la vita naturale, insomma un discorso sostanzialmente ecologico.

Ma qualcuno va oltre e considera la cultura “sostenibile” quella che favorisce l’inclusione e la partecipazione sociale, in tal modo scongiurando la conflittualità, il pregiudizio, l’emarginazione, l’esclusione appunto. Mi sembra un inutile ripetizione: la cultura per essere tale è sempre inclusiva, anche quando parla di specificità, perché i quanto dialogo la cultura è dono della propria specificità agli altri.

Qualcuno invece teme l’acculturazione o l’inculturazione, cioè la prevaricazione di una cultura (quindi di un sistema etnico o sociale) su un’altra; si pensi al colonialismo, ma anche alla cosiddetta macdonaldizzazione dei consumi alimentari. Si tratta però di conseguenze che provengono da lontano, da conflitti e dinamiche socioeconomiche e politiche, che poco hanno a che vedere con il “fare cultura” e che dimostrano ancora una volta il legame, sottile talvolta, consistente in altri casi, tra economia e cultura.

In questi giorni, in cui si dibatte molto di cultura nella nostra città, riflettere su cosa si intenda – o cosa si voglia intendere – per cultura, può essere utile nel varare o perseguire “politiche culturali” e, soprattutto, per dialogare con quei policy makers che vogliono promuovere certi tipi di cultura nel nostro paese.

Francesco Mattioli

 


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20 luglio, 2015

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