Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Leggevo un articolo di ringraziamento di un vostro lettore a tutto il personale del pronto soccorso di Belcolle, riguardo la sua esperienza personale e riguardo la gentilezza e umanità che ha riscontrato in quell’ambiente.
Ahimé, forse è uno dei pochi fortunati, perché ritengo che oltre all’umanità e alla gentilezza, che non sempre è così tangibile, a monte ci sia bisogno di ben altro, ovvero competenza e professionalità.
Purtroppo, in pochi mesi, ho avuto la necessità varie volte di ricorrere alle loro prestazioni per i miei genitori di rispettivamente di 84 e 82 anni.
Mio padre, con uno scompenso cardiaco, tramite l’intervento del 118, il cui personale, devo riconoscere, è stato veramente professionale e gentile, viene portato al pronto soccorso, per essere poi ricoverato in reparto soltanto il giorno successivo alle 16. Io sono fuori quella porta ad aspettare dalle 7 della mattina senza riuscire a sapere se il mio congiunto è ancora in vita e per di più maltrattata anche dal personale per la mia insistenza.
Tornato a casa dopo 10 giorni di degenza, dopo neanche un mese siamo di nuovo lì e, dopo un’attesa estenuante, con una polmonite in corso e palesemente deperito, viene lasciato su una seggiola a rotelle, dalle 9 della mattina fino alle 4 del pomeriggio, in un ambiente che ricorda un girone dell’Inferno di Dante, per sentirci poi dire che non c’era nessuna possibilità di ricovero e che avrebbe dovuto aspettare in quelle condizioni fino a che si fosse liberato un posto, chissà quando.
Con questa prospettiva e interpretando le mezze frasi imbarazzate dei medici, ce ne siamo tornati con la coda tra le gambe a casa, affrontando da soli tutti i problemi derivanti da questa situazione e facendo i salti mortali per aiutarlo a non morire.
Neanche dopo un mese, il 13 agosto, mia madre cade e con forti dolori alla spalla sinistra e alle costole torniamo a Belcolle, dopo le radiografie di rito, la sentenza è chiara e lapidaria: nessuna frattura, ma il dolore c’è ed è forte, malgrado gli antidolorifici prescritti. Dopo due settimane di sofferenze, io e mia sorella ci decidiamo a farle ripetere le radiografie, non certo nella suddetta struttura ospedaliera, il risultato è scioccante: spalla lussata e quattro costole rotte.
Che cosa devo aggiungere? Penso di essere stata esaustiva e posso concludere soltanto dicendo che magari venga la meritocrazia. Lasciamo fuori la politica, laddove c’è in ballo la vita e la salute degli esseri viventi e iniziamo a licenziare anche dagli enti pubblici chi non è all’altezza di svolgere con efficienza il proprio lavoro.
Cristina Perugi
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