Viterbo – Meravigliarsi per un emendamento all’Imu che invita a sopprimere la consulta araldica?
Ma questa è la “normalità” dell’agone politico!
Racconto un aneddoto: serve a capire come funziona la politica. Un assessore provinciale, non politico – un “tecnico” come suol dirsi- in Consiglio descrisse il suo programma e, prima che iniziasse la votazione, si ritrovò in corridoio con un consigliere di minoranza che gli fece mille complimenti per quel programma, del tipo “non poteva essere migliore”, “avrei voluto scriverlo io, se solo ne fossi stato capace”, ecc. “Ovviamente” in seduta quel consigliere non solo votò contro il programma, come tutti suoi colleghi di minoranza, ma fu addirittura lui ad avviare la dichiarazione di voto contrario spiegando che si trattava di un programma “insoddisfacente”, “lacunoso”, “contrario all’interesse della gente”. Di nuovo nel corridoio, quell’ingenuo assessore gli fece notare: “Ma avevi detto che il programma ti era piaciuto…”. E quello: “ Infatti è stupendo. Ma come minoranza dovevamo votare contro”.
Allora, che dire dei diecimila emendamenti presentati al bilancio comunale dalla minoranza, quasi tutti strumentali, addirittura ridicoli? Perché si tratta poi di un grande spreco di energie, di soldi (in carta e fotocopie), di tempo…
La risposta “giusta” è che si tratta della normale prassi politica con cui una minoranza cerca di opporsi alla maggioranza, di metterla in difficoltà; che oggi la compie quella di centrodestra, domani la condurrebbe quella di centrosinistra.
Ma la risposta “vera”, qual è? Che mentre la città ha bisogno di interventi, nel sociale, nel tessuto urbano, nell’economia, nella cultura – interventi urgenti che richiederebbero la collaborazione di tutti i cittadini e ancor più di tutti i suoi amministratori – ci si trastulla con l’Ordine Mauriziano o i Tribunali di Guerra.
Premesso che nell’amministrare una città nove volte su dieci la questione non è ideologica, ma pratica, che cosa succederebbe se il meccanismo fosse il seguente: 1. La maggioranza presenta il suo provvedimento argomentandone l’utilità; 2. La minoranza eccepisce su alcuni punti, ritenendo migliori alcune soluzioni alternative; 3. La maggioranza esamina le eccezioni della minoranza e ne accoglie alcune che sembrano interessanti o utili. Risultato finale: 40 amministratori hanno contribuito, ciascuno per ciò che gli compete, a rispondere alle esigenze della città. Qualche volta funziona così, sulle piccole cose, quelle più banali, ma sulle grandi questioni le cose stanno diversamente.
Se filasse tutto liscio, nel modo descritto, la Città ne avrebbe un guadagno; ma il merito se lo prenderebbe solo la maggioranza, così alla fine si direbbe: come funziona bene questa amministrazione, la prossima volta occorre confermarla!! Del che si dorrebbe la minoranza, che direbbe: come, ho contribuito, e adesso il merito se lo prendono tutto loro? Non solo: facendo il mio dovere, sto aiutando gli avversari a rimanere in sella! E gli elettori della minoranza a protestare: che fate, contribuite a far restare in sella i vostri avversari? La prossima volta ci scegliamo altri rappresentanti! Questo è il gioco delle parti: criticare sempre e comunque quello che fa l’avversario.
Ecco allora che la citazione dell’Ordine Mauriziano e dei Tribunali di Guerra finisce paradossalmente per avere un senso. Certo, è la morte della ragionevolezza, dell’efficienza amministrativa, ma si tratta di un rituale da cui nessuno intende veramente distaccarsi.
Si dice che certi rituali stiano allontanando molto elettorato, stufo di assistere a questi giochini; si dice che sempre più spesso questo elettorato deluso tenda a rivolgersi a partiti populisti, che denunciano le storture e le irragionevolezze dalla politica.
Ma le cose non stanno proprio così.
Intanto, ormai è chiaro che i nuovi partiti populisti ragionano e agiscono esattamente come i vecchi, cambiano solo le facce e l’uso dei media.
Non solo. Numerose indagini dimostrano che l’elettorato è tanto ipocrita quanto i politici: anch’esso si aspetta che i suoi beniamini mettano l’avversario in difficoltà “con qualunque mezzo”, comprese le ore a recitare lecite sciocchezze, lo spreco di carta e di tempo, il blocco dell’attività amministrativa. Si tratta di un “sistema politica” che funziona così e non può ( o non sa ) funzionare altrimenti.
Il fatto è che al di là di certi trastulli politici dei nostri amministratori, che certo possono far indignare l’opinione pubblica, ci sono segnali ben più drammatici da prendere in considerazione, che tra l’altro camminano anche in direzioni opposte, rendendo ancor più difficile la lettura della nostra società.
Primo. La disaffezione elettorale sembra derivare più che dalla critica di una prassi politica insulsa, dal ripiegamento della gente verso un proprio, egoistico e individualista “particulare” da consumare al momento. Ciò conduce ad una regressione verso quel pericoloso, qualunquista, disimpegnato “Francia o Alemagna, basta che se magna”, che è stato il primo passo verso la nascita dei totalitarismi.
Secondo. L’idea che la partecipazione politica dal basso consista nel reclamare solo diritti (tutti a scendere in piazza per la scuola, molti i distinguo all’invito di Gassman a pulire tutti assieme le strade, pressoché zero il successo del neighbourhood watching, della sorveglianza di vicinato, in Italia) conduce ad una politica dell’urlo, dell”esserci” (magari in corteo, le nuove processioni 2.0), della contestazione preventiva dell’autorità istituzionale (una delle cose non proprio formidabili del ’68), del cinguettio ad effetto, che dovrebbero bastare da soli a ribadire la soggettività della società civile e a risolvere qualsiasi problema comune. Il rischio è che la vera partecipazione sociale, quella seria costituita da impegno, dedizione, volontariato, ne venga coinvolta e subisca una distorsione a tutto vantaggio dello scontro ideologico.
Insomma, una società polarizzata fra chi gioca a fare il politico, chi si getta nella mani del più accattivante illusionista, chi si preoccupa solo di dire no dovunque e comunque, il tutto sul palcoscenico di un teatrino mediatico che accetta ed esalta qualsiasi guitto improvvisato.
E i giovani, cioè noi domani, ad essere i più disillusi e a sentirsi bene solo davanti ad una pasticca condita di vodka, nell’eterno e dannato presente di un sabato sera.
Francesco Mattioli
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