Viterbo – “Una signora lo ha visto addentrarsi nella giungla. Non ci sono animali pericolosi. E’ il paesaggio che nasconde mille insidie…”.
Luigi Ragonesi, arbitro viterbese 32enne, sospira spesso quando parla di Gianfranco Cipolloni. Per lui, che ha conosciuto Cipolloni alla sua scuola per arbitri, il 74enne scomparso durante il suo ultimo viaggio in Malesia era come un padre. Settimane fa, Luigi non riusciva neanche a pensare a una sua tragica fine.
Di Cipolloni non si hanno più notizie dal 5 luglio. Il 29 Luigi è partito per andarlo a cercare. Lui, suo fratello gemello e un nipote del bancario in pensione con la passione per i viaggi sono arrivati fin laggiù: al resort di Pulau Redang, dove Cipolloni alloggiava.
“Era arrivato il 29 giugno – racconta Luigi, che con Cipolloni era sempre in contatto -. Era stato una settimana in giro per il Borneo e aveva raggiunto quel resort. In teoria doveva restarci due giorni. In pratica, non è più tornato”. Tutta la sua roba è rimasta lì: cellulare, soldi, documenti. Le medicine, che Cipolloni doveva prendere tutti i giorni per i suoi problemi al cuore. Persino la sua amata macchinetta fotografica era in camera. Un’altra spia che qualcosa non è andato come doveva: Cipolloni non se ne separava mai.
“Al resort, ci hanno detto che era uscito per un’escursione – continua Luigi -. Evidentemente un’uscita breve, o almeno così pensava. Altrimenti non era uno sprovveduto: avrebbe portato almeno le medicine con se. Certo, c’è anche la possibilità che ne avesse delle altre con lui, ma allora doveva essersene portate davvero tante, perché erano già tante quelle che abbiamo trovato al resort. E comunque, sta di fatto che è un mese e mezzo che non abbiamo sue notizie”. Un po’ troppo per non stare in pensiero.
Mentre la famiglia ha preso contatti con la Farnesina, la polizia locale sta continuando le ricerche. Ma se Cipolloni fosse davvero scomparso nella giungla, ritrovarlo sarebbe tutto fuorché semplice, per le informazioni raccolte da Luigi e dai suoi compagni di viaggio. “La zona è impervia, selvaggia, proprio come piaceva a lui. Non amava gli itinerari già tracciati. Organizzava sempre da solo i suoi viaggi. Potrebbe essere scivolato, essere finito in un crepaccio… le persone con cui abbiamo parlato ci hanno detto che nella giungla basta davvero poco per correre pericoli: basta non sapere dove si mette i piedi. Tanto più se non si conosce il posto”.
Luigi conosce Cipolloni da sedici anni. Lo ha visto partire e tornare decine di volte, anche da quello che avrebbe dovuto essere il suo ultimo viaggio, quando ‘inscenò’ una finta morte, con tanto di tomba che c’è ancora, con scritto: “Gianfranco Cipolloni, morto: mai”. E’ lì che Luigi è voluto andare quando non ha più avuto notizie di quello che, per lui, è un secondo papà. L’unica tomba possibile per Cipolloni, perché per dichiarare ufficialmente la morte, in questi casi, devono passare dieci anni.
Quando tornava riempiva gli amici di meraviglia raccontando le cose straordinarie che aveva fatto e visto. Il suo collega Donato Piccarozzi, della Banca del Cimino, ricorda perfettamente le lunghe chiacchierate sul rapimento in Afghanistan, sui pinguini reali in Argentina, sul coltello alla gola che Cipolloni si vide puntare dai banditi della Transiberiana. Gli stessi che poi lo presero in simpatia, facendogli conoscere amici influenti.
Stavolta, però, era diverso. “Sembrava più insicuro e timoroso. Diceva sempre che non sapeva se sarebbe tornato. Ma lo diceva più spesso del solito… Io non volevo che partisse. Sarei stato più tranquillo se fosse rimasto a casa, ma non ha sentito ragioni. L’ho accompagnato alla stazione e ci siamo sentiti fino alla sera prima della scomparsa, poi più niente.
Non so se essere contento per lui, perché, se se n’è davvero andato, lo ha fatto come desiderava. Lui era così: non ha mai voluto morire come tutti ed era terrorizzato dalle malattie. Oppure si era stancato di stare in Italia… magari è scomparso volutamente per due, tre, cinque mesi, un anno, non lo so… Magari torna. Anche se noi ci siamo rassegnati”.
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