Viterbo – La storia sfila nel cuore della città (video – gallery – slide).
Terziari francescani, podestà, notai, vessilliferi, milizie, chiarine e tamburini. Ancora corazzieri, guardie svizzere, gonfalone di giustizia e cavalieri di Malta. Poi i magistrati e i delegati pontifici. Per arrivare al sindaco, l’assessore, il sottoprefetto e i carabinieri.
Sono i 110 figuranti del corteo storico di Viterbo che si preparano oggi a sfilare per le vie della città in occasione della processione del cuore della piccola patrona. Accompagnati dai boccioli e dalle rosine, arrivano a 310.
Una tradizione che si ripete dal 1976 e che immerge nell’atmosfera del trasporto della macchina.
Dal 1200 al 1800 vengono rappresentate le massime autorità viterbesi che hanno celebrato nel tempo la piccola patrona. Il risultato di un lavoro portato avanti, per tutto l’anno, dai collaboratori delle clarisse che rendono possibile la solenne sfilata.
Curano i vestiti, riposti nelle stanze del monastero, secondo un ordine temporale. Appesi e ben conservati ci sono gli abiti, realizzati a mano, così come le scarpe, i guanti, gli stivali, le armi, gli elmi, i copricapo e le parrucche.
L’idea dei volontari è quella di mostrare ai viterbesi questo tesoro.
“Il corteo storico – dicono i collaboratori – nasce nel 1976 da un’intuizione delle clarisse e dell’architetto Alberto Stramaccioni, che, negli anni ’60, aveva già realizzato quello di Orvieto. Era un devoto di santa Rosa e voleva che la sua tradizione non si perdesse.
La raffigurazione parte dal 1258 in ricordo di quello che ha fatto papa Alessandro IV che, dopo aver riesumato, il 4 settembre, il corpo della santa e averlo traslato nel monastero, ha avviato anche il processo di canonizzazione. E’ Stramaccioni che ha creato i primi disegni e via via i costumi. Non ci sono donne, ma solo perché non uscivano in processione”.
Si parte dunque dal 1200 con l’ordine dei terziari francescani. “Gli abiti sono sobri e semplici – spiegano – a simboleggiare la povertà francescana. Solo i nobili hanno stoffe più pregiate e mantelli. Ci sono il primo podestà e i notai, poi il capitano del popolo, il vessillifero con il paggio porta elmo. Infine, le milizie del 1200, ma anche chiarine e tamburini. I personaggi si ripetono lungo tutti i secoli e a cambiare sono i modelli”.
Aumenta il lusso nel 1300.”Seta e velluto si aggiungono a lino e canapa. Caratteristici sono i calzoni di maglia, aderenti e a due colori, giallo e blu, ma anche il gabbano, ampio cappotto foderato“.
I vestiti iniziano a cambiare con il secolo 1400 quando si fanno più dettagliati. “Anche le milizie, per esempio, portano in mano delle balestre che sono state realizzate a Gubbio. Sempre di fattura umbra sono gli elmi con e senza maglia ferrata e le spalliere. Fatti a mano anche i copricapi dei notai e gli archi”.
Particolarità del 1500, sono i costumi delle guardie svizzere. “Prendono spunto da un affresco che si trova nella chiesa di santa Cristina a Bolsena. Risalta, inoltre, il mantello ricamato del capitano delle guardie, che si trova davanti alle guardie e prima dei corazzieri.
I modelli si arricchiscono con le tiracche, stoffe impreziosite e le gorgiere, una sorta di colletto che consiste in una striscia di lino, pieghettata a ventaglio e rigida, indossata da un collaterale, ossia il giudice che coadiuva il magistrato e dl gruppo dei corazzieri.
Altro dettaglio sono i fiocchi sulle scarpe e gli alabardi delle guardie svizzere, quest’ultimi introdotti da pochi anni”.
Il 1600 è il secolo dei merletti. “Se ne trovano sulle camicie dei dignitari pontifici. Lo stile risente dell’ispirazione francese con giubbe attillate in vita e larghe sui fianchi, cappelli di feltro ornati da piume, mantelli corti e guanti e stivali di cuoio.
Entrano a far parte della sfilata i cavalieri di Malta. E, sempre in questo periodo, viene introdotto lo stemma della città con il logo quadripartito sotto la zampa del leone”.
I vestiti continuano a impreziosirsi nel 1700. “Lo dimostrano i ricami sulla giacca del capitano delle milizie, ma anche gli abiti dei magistrati pontifici che prendono la mazza argentea, segno del potere temporale, voluta alla fine del 1700 dal cardinale Muzio Gallo, vescovo di Viterbo nel periodo del giacobinismo. Subentrano anche le parrucche. Completano il secolo, le guardie pontificie che indossano i giberni, e cioè i portamunizioni, le ghette e i moschetti”.
Si cambia totalmente nel 1800. “Siamo nel periodo post-unitario e lo stacco temporale è netto. Una delle particolarità di questo secolo è rappresentata dai carabinieri che hanno una divisa simile a quella attuale, se non fosse che, nella granata, hanno lo stemma del re.
I modelli sono stati realizzati sotto la consulenza del professor Castelli dell’Arma dei carabinieri che si occupava del museo con particolare riferimento alle divise storiche. I vestiti poi sono stati fatti a Roma dalle sorelle Ferroni, mentre la bandiera del regno, con lo stemma sabaudo, introdotta nel 2011 in occasione del 150esimo anno dell’unità d’Italia, è stata fatta a Napoli e ha la particolarità di riportare il ricamo sia davanti che dietro, per cui si vede da qualsiasi lato la si guardi. Il puntale, invece, viene da uno stampo dell’Ottocento”.
I costumi dell’Ottocento chiudono la sfilata. “Abbiamo voluto idealmente riprodurre dei personaggi realmente esistiti. Angelo Mangani, che è stato il primo sindaco della Viterbo post unitaria, il primo parlamentare Cencelli, il conte Mario Fani, fondatore dell’Azione cattolica e il conte Pallotta sottoprefetto, altissima carica che prendeva ordini solo dal re. Infine, un assessore. Gli abiti sono stati fatti dalla sartoria viterbese del compianto Gianni Bagordo e le scarpe, fedelmente riprodotte, fatte a mano in un laboratorio a Ronciglione”.
Servono requisiti particolari per entrate nel corteo. “Esaminiamo altezza, numero di scarpe, barba e in generale le caratteristiche fisiche che possano consentire di indossare certi abiti. Naturalmente, poi, il volto che deve essere attinente all’epoca. Selezioni che facciamo in caso di sostituzioni dovute alle assenze o al ricambio fisiologico”.
Il lavoro dei volontari è costante tutto l’anno. “Volontari e figuranti danno un contributo per far sì che il corteo esca. Ci sono poi le offerte delle monache, ma, da due anni, non arrivano soldi da enti pubblici, se non qualche privato. Non sappiamo se in Italia esista una sfilata simile che racconta la storia del costume dal 1200”.
La volontà, tra tutti, è di non disperdere questo patrimonio “Il nostro desiderio – concludono – è quello di poter aprire le stanze del monastero, da una decina di giorni prima del 2 settembre, unica uscita del corteo, per permettere ai viterbesi, e a quanti vorranno, di visitare e rendersi conto di questo ulteriore tesoro della città. Sarebbe bello farlo il prossimo anno, proprio in occasione del 40esimo anno dall’istituzione della sfilata”.
Paola Pierdomenico
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