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Viterbo - Un libro sul tema scritto da Manuel Anselmi insieme a due giuristi dell'Università di Perugia

“Populismo penale, l’antidoto è la cultura”

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Manuel Anselmi

Manuel Anselmi 

Viterbo – Populismo penale, ovvero il trionfo dell’opinione pubblica “forcaiola”. Per capirci, quella stessa fetta di popolo che snocciola luoghi comuni, auspica evirazioni dei pedofili, lamenta l’assenza della giustizia, soprattutto quando la giustizia si esprime diversamente dalle sue aspettative.

Il populista penale è disfattista, banale, carente di argomenti: un animale da social network, allenato alla polemica. Pensa di affrontare questioni complesse con frasi fatte. Uno che straparla, anziché parlare. Poco incline a cambiare idea e molto avvezzo a pessime figure. Poco informato ma molto determinato a esternare il poco che sa, specie su Facebook. E soprattutto: è severo e intransigente, ma solo con gli altri.

Sono in tanti. Così tanti che il fenomeno è diventato finalmente oggetto di approfondimento in un libro: “Populismo penale: una prospettiva italiana”, edito da Cedam e che sarà presentato a Viterbo a novembre, nell’ambito di un evento organizzato dall’Aiga (Associazione italiana giovani avvocati). Un testo a sei mani, scritto da Daniela Falcinelli, docente di Diritto penale all’Università di Perugia; Stefano Anastasia, ricercatore di Filosofia e sociologia del diritto allo stesso ateneo e tra i fondatori di Antigone, associazione attiva da sempre sul tema dei diritti dei detenuti e delle garanzie nel sistema penale; Manuel Anselmi, coordinatore del Centro studi Icedd Latin America della Luiss e ricercatore in Sociologia politica all’università di Perugia. Nato a Fabrica di Roma e residente a Ronciglione.

Anselmi, cosa si intende per populismo penale?
“Nella numerosa famiglia dei populismi, quello penale si caratterizza per la non necessaria riconducibilità a un leader carismatico che stabilisce con il popolo una dinamica di consenso alla luce di una crisi istituzionale, come invece avviene nei più conosciuti populismi politici. Il populismo penale è quindi un fenomeno acefalo e per questo meno visibile, consiste nell’uso distorto di informazioni, in comportamenti collettivi e rappresentazioni sociali che contribuiscono all’alterazione di contenuti relativi alla giustizia con una finalità politica. Sotto questa larga etichetta possiamo far rientrare la manipolazione dei dati sulla criminalità nelle campagne elettorali, le campagne di “tolleranza zero”, la resistenza tutta italiana a introdurre il reato di tortura, la criminalizzazione dello straniero, ma anche la glamourizzazione dei magistrati e quello che in Italia siamo soliti chiamare in modo vago e troppo spesso assolutorio ‘giustizialismo’”.

Come nasce l’idea di pubblicare un libro su questo tema?
“Di recente, con Stefano Anastasia e Daniela Falcinelli, abbiamo provato a introdurre anche in Italia la categoria del populismo penale. Si tratta di un argomento che da anni, in altri paesi del mondo, a cominciare da quelli anglosassoni, costituisce una prospettiva di analisi scientifica delle alterate, complesse, e spesso pericolose, dinamiche che si producono tra il sistema della giustizia, la sfera della politica e l’opinione pubblica. Già solo il ritardo italiano a considerare scientificamente questo genere di questioni è una dimostrazione ulteriore delle difficoltà del nostro panorama intellettuale”.

Quali sono le cause e quali i pericoli?
“Come nota Christian Raimo su ‘Internazionale’, alla base c’è ‘una diseducazione giuridica di massa’. Ognuno di noi può ricordare come dagli anni Settanta in poi l’educazione civica, per quanto prevista nei programmi ministeriali, sia stata sistematicamente ignorata da insegnanti e dirigenti scolastici. La mentalità diffusa che è alla base del populismo penale è anche il risultato di queste lacune di Stato. Il populismo penale esercita una costante azione di delegittimazione sociale delle istituzioni in materia di giustizia, indebolendo di fatto ciò che definiamo lo stato di diritto”.

Secondo il vostro libro, certa stampa e televisione hanno una buona parte di responsabilità.
“Molte redazioni che per non perdere il consenso dei lettori/spettatori lo cavalcano senza alcune remora deontologica. Al rispetto dei fatti giuridici si è ormai sostituita uno stile giornalistico basato sul kitsch-emozionale, dove prioritario è l’effetto di senso sentimentale sul lettore/spettatore. Un effetto di senso che lusinga il destinatario secondo un’accorta retorica, i cui stilemi sono l’indignazione costante, il compiacimento dell’impotenza politica, la sfiducia per le istituzioni, e il risentimento permanente per una dimensione privilegiata e ingiusta che lo esclude. E il fatto di cronaca resta solo un pretesto per ribadire tutto questo periodicamente, quasi fosse un rituale”.

Come si risolve il problema delle “distorsioni” create dal populismo penale?
“Agendo alla radice. Oltre alla critica intellettuale che ciascuno di noi può esercitare scrivendo, si impone un ripensamento dell’educazione del cittadino per il nostro contesto contemporaneo mediatico e disincantato. Non l’elogio paternalistico della Costituzione: servono nuove strategie d’azione intellettuali ed educative. Se per il caso Scattone dobbiamo proprio tirare in ballo la scuola lo dobbiamo fare per chiedere (al ministro dell’Istruzione?) che vengano prese misure sostanziali per far fronte all’analfabetismo giuridico dilagante, così come si fa del resto per il bullismo o per l’alcolismo. Altrimenti come possiamo pensare di stare nel gioco della società senza conoscerne le regole?”.


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13 settembre, 2015

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