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Baby squillo comprate e violentate, via al processo d’appello

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Baby prostitute, il primo processo in Corte d'Assise a Viterbo - I giudici

Baby prostitute, il primo processo in Corte d’Assise a Viterbo – I giudici

Baby prostitute, il primo processo in Corte d'Assise a Viterbo - Le difese

Baby prostitute, il primo processo in Corte d’Assise a Viterbo – Le difese

Baby prostitute, il primo processo in Corte d'Assise a Viterbo - Gli avvocati Giuliano Migliorati e Marco Russo

Baby prostitute, il primo processo in Corte d’Assise a Viterbo – Gli avvocati Giuliano Migliorati e Marco Russo

Baby prostitute, il primo processo in Corte d'Assise a Viterbo - Gli avvocati Mario Murano e Natale Perri

Baby prostitute, il primo processo in Corte d’Assise a Viterbo – Gli avvocati Mario Murano e Natale Perri

Baby prostitute, il primo processo in Corte d'Assise a Viterbo - I pm Stefano D'Arma e Fabrizio Tucci

Baby prostitute, il primo processo in Corte d’Assise a Viterbo – I pm Stefano D’Arma e Fabrizio Tucci

Baby prostitute, il primo processo in Corte d'Assise a Viterbo

Baby prostitute, il primo processo in Corte d’Assise a Viterbo

Viterbo – Otto condanne per aver comprato, stuprato e fatto prostituire due ragazzine di 15 e 16 anni. Ma non è finita.

Il secondo atto del processo viterbese per riduzione in schiavitù è in programma a novembre, davanti alla Corte d’Assise d’appello di Roma.

Sette imputati, tanti quanti i ricorsi presentati contro la prima sentenza del 2011, a sei anni dal blitz che portò i poliziotti dentro le “case dell’amore” di San Pellegrino e del ‘palazzaccio’ di via Cattaneo. Qui le due giovanissime amiche si vendevano gratis, trasferite da un alloggio all’altro: i soldi della prostituzione andavano ai loro aguzzini.

I giudici viterbesi condannarono a undici anni Samuel Kola e Artur Sulejmani, trentenni albanesi (all’epoca ventenni), ‘carcerieri’ e gestori del business della prostituzione. Incassavano loro i proventi dei rapporti sessuali a pagamento delle due adolescenti, convinte al ‘viaggio della speranza’ in Italia con la scusa di lavorare in pizzeria.

Octavian Nicolae Ilie prese otto anni, per il suo ruolo di procacciatore di clienti. I pm Stefano D’Arma e Fabrizio Tucci lo accusavano di aver venduto e poi ricomprato come un pacco la più piccola delle due baby prostitute. E’ sua la voce che parla in intercettazioni agghiaccianti, dove definisce la ragazza la sua sfortuna: “una puttana bambina” con cui è difficile lavorare, salvo poi chiamare gli amici per invitarli a ‘provarla’ entro le 5 “per venì a dà una spinta” perché poi avrebbe portato la 15enne altrove.

Iosif Dreghici prese tre anni e 10mila euro di multa, passando dalla pesante accusa di riduzione in schiavitù allo sfruttamento della prostituzione. Per lui, i pm chiedevano 4 anni e mezzo, avendo messo a disposizione un alloggio dove tenere le ragazze, facendo da interprete e controllando che non uscissero mai da sole.

Custode e procacciatrice di clienti sarebbe stata anche Rosa Monica Velez Montermozo, fornitrice di “alcove del sesso” e di cellulari per parlare coi clienti: quattro anni e 10mila euro di multa per lei.

E, infine, sei mesi e 6mila euro a Davide Aggiunto e Giovanni Bencivenga, clienti delle baby squillo minorenni, sorpresi durante il blitz della polizia.

In appello cercheranno in ogni modo di ribaltare la sentenza di primo grado.

L. e A., romene, arrivano in Italia nel gennaio 2005. Prima la scusa del lavoro in pizzeria, poi della prostituzione con lauti guadagni. E invece, finirà tutto nelle tasche degli aguzzini.

Le accompagna Damian Constantin Stelian, condannato a dodici anni in un secondo processo per tratta di esseri umani ai venditori di L. e A.. Stelian è un autista romeno, 41 anni e tre figli che “spera non si trovino mai nella situazione di quelle due ragazze”, come dice lui stesso in tribunale. Stelian fissa il prezzo e le vende a Kola e Sulejmani: mille euro ciascuna e poi l’inizio della “tortura”, come la chiama L., che racconterà di essere stata violentata tutte le sere.

Violentate all’arrivo in Italia, quando L. viene portata a Firenze e ‘offerta’ agli amici di Sulejmani, per il suo ‘battesimo’ da squillo. Violentate dopo, quando A. resterà incinta di Sulejmani.

Le ragazze non proveranno quasi mai a ribellarsi: “Se rifiutavo mi ammazzavano”, ha spiegato A. in aula, ricordando di quella volta che la portarono sulla Cimina, minacciando di bastonarla con una trave di legno se faceva la difficile.

Quando Octavian ricompra L. perché “rendeva poco”, con l’intenzione di rivenderla ai brasiliani, la squadra mobile non può più aspettare: rischiano di perdere ogni traccia della ragazza. Il 24 marzo 2005 scatta il blitz dei poliziotti: la libertà dopo due mesi di prigionia.

La difesa racconta una storia diversa: le ragazze sapevano cosa andavano a fare in Italia, lo facevano anche in Romania. Avevano genitori a Roma e cellulari a disposizione, ma non hanno mai chiamato aiuto. L’avvocato Mario Murano, che difende Kola insieme al collega Natale Perri, è pronto a chiedere la nullità di quella sentenza motivata dopo mesi, scritta a mano e illeggibile in alcuni punti. Tra un mese sarà di nuovo battaglia per far crollare le accuse.

Stefania Moretti


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