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Viterbo - Il presidente della camera penale Mirko Bandiera sulla manifestazione "Diritti in campo"

“Rispetto per regole e avversari grazie allo sport”

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Mirko Bandiera

Mirko Bandiera

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – La camera penale di Viterbo ha accolto con enorme entusiasmo l’organizzazione dell’evento benefico “Diritti in campo” promosso dall’associazione Pianeta giustizia con il consigliere regionale del Lazio Riccardo Valentini.

La camera penale non poteva non condividere la mission di questa manifestazione capace di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla funzione rieducativa della pena, sancita nella nostra carta costituzionale all’art. 27.

Lo sport contribuisce come ogni altra attività carceraria ad accostare il detenuto ai valori che esso porta, e, prima fra tutti, il rispetto per le regole e per gli avversari. Ebbene mai un titolo poteva essere più evocativo.

Vuol dire che qui, in campo, in gioco, ci sono i diritti, e i diritti sono uguali per tutti, anche per i detenuti. Lo sport non è solo uno strumento capace di contribuire positivamente alla rieducazione del condannato, ma è esso stesso un diritto. Lo sport è l’estrinsecazione del diritto alla salute che deve essere rispettato anche per coloro che scontano la pena in un carcere.

La raccolta fondi poi contribuirà ad acquistare le attrezzature sportive a favore dei detenuti di Viterbo. Lo Stato non può permettersi di calpestare i diritti dei detenuti, in qualunque carcere essi stiano scontando la pena e per qualunque reato abbiano commesso.

La pena deve tendere alla rieducazione del condannato, dice l’art. 27 della Costituzione, ma questo non è un precetto scritto solo per chi opera nel diritto, è un patrimonio di tutti.

Finalità rieducativa e umanità del trattamento sono due anelli saldati insieme, solo un carcere umano può rieducare e solo la rieducazione garantisce il rispetto della dignità umana. Se un diritto è solo riconosciuto ma non garantito, rimane lettera morta.

Si pensi al caso tanto noto di Giovanni Scattone, condannato per l’omicidio di Marta Russo. Omicidio colposo, ma questo non conta per l’opinione pubblica. A Scattone che ha pagato il suo debito con la giustizia scontando tutto il carcere, e quindi riabilitato, è stato costretto a rinunciare al suo lavoro, a ciò che amava di più, alla cattedra di insegnamento.

Quel “voglio che sia fatta giustizia” tanto proclamato da chi subisce un torto è sempre usato come sinonimo di “voglio la condanna esemplare” e mai di “voglio che abbia il diritto di difendersi in un processo giusto e che paghi, se condannato, il debito che ha con la giustizia”.

Ma la giustizia è amministrata nel nome del popolo, non esiste una giustizia del diritto diversa dalla giustizia sociale. La madre di Marta Russo, che può essere certamente compresa, dopo l’annuncio della rinuncia di Scattone ha detto “sono soddisfatta, soprattutto per i ragazzi. È stata fatta giustizia”. Ma di quale giustizia parliamo, come può esserci giustizia se si nega il diritto al lavoro di una persona che ha espiato tutto che doveva espiare, che ha pagato il suo debito verso tutti noi. La rieducazione è una finalità della pena, sorge con il processo e finisce con la riabilitazione. Non dura in eterno

E se inizia con il processo, allora la riabilitazione passa anche attraverso il diritto alla difesa. Quel quel diritto scomodo che per molti è causa di tutti i mali della giustizia.

Il processo “Mafia capitale” è l’esempio più recente della necessità del forte intervento dei giornali presso l’opinione pubblica. Da un lato perchè la continua ricerca della inutile spettacolarizzazione mediatica finisce inevitabilmente per influenzare la decisione dei giudici popolari, cittadini comuni non avvezzi alle regole processuali.

Dall’altro la calendarizzazione delle udienze fissate in 4 alla settimana per 9 mesi di seguito, basata su opinabili ragioni di sicurezza, e l’impedimento conseguente del detenuto di partecipare personalmente al proprio processo, obbligato a guardarlo in uno schermo a mo’ di ennesima trasmissione televisiva, impedisce allo stesso anche il diritto dei diritti, quello alla difesa. E senza difesa non c’è giustizia.

Un processo senza difesa è un processo malato e una informazione non corretta è una informazione malata e prima o poi muore. Allora io, come presidente della camera penale, ho il dovere di rivolgermi i giornali affinché il diritto e il dovere all’informazione non si plasmino nelle loro mani diventando carne morta, ma affinché il calore li faccia sbocciare e fiorire, perché anche l’informazione è un patrimonio di tutti e i giornalisti ne sono i custodi.

Mirko Bandiera
Presidente della camera penale di Viterbo

 


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16 ottobre, 2015

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