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L'opinione

Viterbo è poco conosciuta nonostante l’Expo

di Francesco Mattioli
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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli 

Rai 2 - Mezzogiorno in famiglia - Amadeus e il quiz su Viterbo

Rai 2 – Mezzogiorno in famiglia – Amadeus corregge l’errore del concorrente 

Viterbo - Palazzo Papale

Viterbo – Palazzo Papale 

Viterbo – Se continuiamo a piangerci addosso perché Viterbo è poco conosciuta, credo che finiremo per prendere fischi per fiaschi.

Il concorrente di Mezzogiorno in famiglia è giovane, sarà una delle vittime di quella riforma della scuola che già da vari anni ha minimizzato il ruolo dell’insegnamento della storia e ha di fatto cancellato quello della geografia.

Ad esempio, molti dei miei studenti di I anno di università (nati per lo più tra il‘94 e il ’96) hanno idee molto approssimative sull’evolversi della storia. Come meravigliarsi se quel giovanotto non conosce nulla di Viterbo e la situa in Toscana?

Magari è un ignorante cronico di geografia, e se gli chiedevano del Palio avrebbe fatto la stessa figura…

Potrei tuttavia portare aneddoti contrari: una tassista di Formentera che conosce benissimo Viterbo (è stata studentessa Erasmus); un tassista milanese che è venuto in gita con la famiglia a Viterbo spinto dalla curiosità (non è stato a Expo, beninteso) e l’ha trovata “bellissima”; un collega americano innamorato dell’Italia, che sapeva che Viterbo “ is near Rome”; una collega bolognese che la definisce “una cittadina medievale incantevole”.

Di certo, oggi la valorizzazione turistica e culturale delle città è una sorta di gara senza esclusione di colpi – ricordate Hunger Games? – in cui occorre essere creativi, assertivi e battere tutte le strade possibili (il social web in primo piano), altrimenti può capitare che una battagliera La Sgurgola diventi più nota al pubblico di quanto non sia Viterbo.

Ed è comunque assodato che Viterbo è relativamente poco conosciuta rispetto a centri toscani, umbri, emiliani, lombardi, veneti e pugliesi (i maestri nel saper vender Sé stessi sul mercato turistico) e che, nonostante l’Unesco e l’Expo, la Macchina di santa Rosa è troppo poco nota, tanto da poter essere definita “baldacchino” dal primo mezzobusto televisivo di passaggio.

La risposta sta quindi nell’ investire in una campagna informativa adeguata, professionale, pensata come progetto strategico di medio periodo e utilizzando i leaders d’opinione giusti, dove esperti di territorio, di marketing e di comunicazione possano dare un contributo non occasionale e neppure intermittente.

Il problema vero però è un altro: è molto grave che sia diffusa, a tutti i livelli, l’idea che il territorio etrusco corrisponda ai confini della Toscana, affermazione che viene spesso ripetuta in ogni sede, persino sui libri ( e non solo sui dèpliant), e che quindi sembra ormai diventata ovvia, naturale, acquisita.

La responsabilità di questo obbrobrio storico è equamente distribuita tra due soggetti: la Toscana, che ovviamente ha tutto l’interesse a far passare questa “verità”, e Roma (intesa come istituzioni e come centro scientifico-culturale) che tutto sommato se ne frega dell’Alto Lazio, e che concentra sulla Capitale tutti gli interessi, tutte le strategie e quindi tutte le risorse, lasciando agli etruschi le briciole. Più volte ho sottolineato come l’Alto Lazio dovrebbe essere definito come l’Etruria “propria” e la Toscana come l’Etruria “settentrionale”. Al contrario, si concede all’Alto Lazio la denominazione di “Etruria meridionale” come definizione residuale di una Etruria propria prettamente toscana, mentre raramente si usa il termine Etruria settentrionale, e per lo più – udite udite – vale per gli insediamenti appenninici (Luni, Marzabotto, la Padana).

Anche qui occorrono strategie forti e, in questo caso, di lungo periodo. Ma a chi interessa tutto ciò, se non a Viterbo e forse a Orvieto? Vasi di coccio tra i vasi di ferro di Roma e Firenze.

Circa trentacinque ani fa chiesi al professor Massimo Pallottino, il massimo studioso italiano di etruscologia, studioso di Tarquinia, Veio, Cerveteri, Pyrgi, perché continuasse questo equivoco sull’Etruria viterbese.

Mi rispose che la verità storica interessa a pochi, anzi la verità storica finisce per essere quella dettata da chi è più forte sul mercato. Non credo di dover aggiungere altro.

Francesco Mattioli


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19 ottobre, 2015

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