Viterbo – Lo spauracchio che presto la terra si trasformi in un immenso deserto per colpa del consumo sfrenato è il leit motiv degli ultimi tempi. Ma se invece della desertificazione andassimo incontro alla glaciazione?
A far crollare il castello delle certezze che governano il mondo, proprio nei giorni della conferenza sul clima di Parigi, ci prova Maurizio Severini. Un professore che non ha nessuna simpatia per i maghi della pioggia e per i profeti di sventure e che alle previsioni preferisce i dati oggettivi.
Severini da più di trent’anni si occupa di climatologia, prima presso l’Istituto di fisica dell’atmosfera (Ifa) e all’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima (Isac) del Cnr, poi al gruppo di meteorologia (Gmet) dell’Università di Roma La Sapienza ed infine come professore associato di Climatologia e Meteorologia all’Università della Tuscia e, nonostante sia in pensione, ha attualmente un incarico d’insegnamento al Deb (Dipartimento di ecologia e biologia).
“Non ho una teoria – dice – e non vengo a fare previsioni. Sia chiaro, io dico semplicemente quello che si sta studiando nella scienza riguardo al clima. E nella ricerca scientifica non esistono verità assolute e un pensiero unico dominante, come invece oggi viene riportato dai mezzi di comunicazione di massa in fatto di clima”.
Allora subito due domande. Che altre teorie ci sono e come mai tutto questo astio per i mezzi di comunicazione di massa.
“Riguardo ai mezzi di comunicazione di massa dico solo che la colpa dell’uomo riguardo al riscaldamento globale viene data come verità incontrovertibile, mentre nella scienza non esistono verità assolute, come nelle religioni.
Riguardo alle altre teorie, comincerò col dire che non c’è dubbio che sia quanto mai opportuno studiare l’attuale riscaldamento globale e che questo riscaldamento c’è. Esso è dimostrato da dati misurati.
Probabilmente, questo riscaldamento, parliamo di 0,8 gradi da metà 800 a oggi, è responsabilità di come si è sviluppata la rivoluzione industriale. Io non sono un negazionista e penso che quello che si dice in giro riguardo all’ultimo secolo sia degno di molta attenzione.
Il problema è che la paleoclimatologia, la scienza che studia il clima del passato remoto, ci dice che la terra ha avuto variazioni di temperatura enormemente maggiori di quelle di cui stiamo discutendo, 10 – 12 gradi e tutto questo in periodi in cui l’uomo non c’era o non aveva un’industria così sviluppata come quella attuale.
Voglio dire quindi che in natura, insieme all’azione dell’uomo, operano altri meccanismi che fanno riscaldare o raffreddare il pianeta terra”.
Come fa ad affermarlo con tale sicurezza?
“La sicurezza non viene da una teoria, ma dai dati. Dalle carote estratte dai ghiacci polari. Queste rappresentano il vero valore aggiunto per le ricerche sul clima del nostro pianeta”
Le carote?
“Carote di ghiaccio, prelevate ai poli. Che servono a ricostruire il clima della terra degli ultimi 480mila anni, con la precisione anche di un anno e un decimo di grado.
Le carote più importanti sono state prelevate una in Antartide nella base di Vostok e una in Groenlandia. Quest’ultima è lunga un km di profondità e permette di ricostruire il clima fino centomila anni fa.
Quella estratta a Vostok è lunga tre km e permette di arrivare fino a 480mila anni fa. E’ ovvio che più si va lontano nel tempo e più imprecisi sono i dati, ma parliamo pur sempre di un errore di massimo di qualche decade e di qualche decimo di grado. Ovviamente per studiare il clima ci sono anche altri metodi come il decadimento degli isotopi radioattivi, i pollini fossili, i graffiti sulle pareti delle grotte, gli anelli di crescita dei tronchi degli alberi (dendrologia)…
Ma la vera potenza sono queste carote glaciali perché quando si forma il ghiaccio si formano in esso anche delle cavità e in queste cavità viene sequestrata l’aria al momento della formazione del ghiaccio”.
E dalle carote che cosa si legge?
“I dati geologici che descrivono il clima e la temperatura della terra dell’ultimo mezzo milione di anni mettono in evidenza che ci sono state quattro glaciazioni, mediamente ogni glaciazione è durata circa centomila anni, la fase di raffreddamento è durata 80mila anni, quella di riscaldamento 20mila.
Questo è quello che è successo in passato e ne siamo ragionevolmente certi perché ci basiamo su dati. Ma non è detto che quello che è successo in passato debba succedere anche in futuro. Il futuro non esiste. Esiste il presente ed è esistito il passato. Un mio collega che insegna statistica fa spesso fare ai suoi studenti questo esercizio: calcolare probabilità che domani sorga il sole. Noi lo diamo per scontato perché per miliardi di anni il sole è sorto. Ma è solo questa la base della nostra certezza”.
Tutto questo cosa significa?
“Potrebbe significare, come vede uso sempre il condizionale, che pur se siamo in una fase di riscaldamento, secondo i dati paleoclimatologici, un periodo di riscaldamento può innescare un periodo di raffreddamento”.
Cioè?
“Se si leggono i giornali si è portati a pensare che il riscaldamento attuale apra le porte alla desertificazione del pianeta. Ma dai dati delle carote di ghiaccio si è visto che la temperatura della terra non è mai andata due o tre gradi al di sopra di quella attuale.
E tutte le volte che ci è andata si è scatenato un nuovo periodo glaciale. Questa non è una previsione, ma la semplice lettura dai dati passati.
C’è un fenomeno climatico, noto come Younger Dryas, attualmente oggetto di studio e dibattito tra i paleo-climatologi. Il nome deriva da un fiore della tundra glaciale (Dryas octopetala) il cui polline fossile è scomparso, poi ricomparso e infine riscomparso dagli strati geologici tra 13.000 e 11.500 anni fa il cui significato è abbastanza semplice: quando il polline non viene trovato, essendo il Dryas un fiore glaciale, significa che non c’era più ghiaccio.
L’interesse per questo fenomeno dipende dal fatto che i dati della carota della Groenlandia mostrano che dopo 7.200 anni di riscaldamento al termine dell’ultimo periodo glaciale, il pianeta è ripiombato nei ghiacci per più di 1000 anni ed il tracollo è avvenuto molto rapidamente, in qualche decina d’anni”.
Quindi un riscaldamento può portare un raffreddamento.
“Ribadiscono che non è detto che accada e che ancora oggi non abbiamo una teoria scientificamente accettata per questo fenomeno, ma è opportuno parlarne. Lo Younger Dryas ha che fare con la corrente del Golfo. Partendo dal presupposto che un aumento della temperatura porta allo scioglimento dei ghiacci. Quindi all’immissione di una grande quantità di acqua dolce nell’oceano dove l’acqua è notoriamente salata. La corrente del Golfo, parte dal Messico e arriva fino in Islanda. E’ fatta come fosse una cinghia di trasmissione. C’è una parte superiore che scorre sulla superficie dell’Atlantico e sprofonda all’altezza dell’Islanda, e una parte inferiore che scorrendo sul fondo dell’oceano torna verso il golfo del Messico.
Ora immettendo grandi quantità di acqua dolce, lo sprofondamento della corrente non avverrebbe più in Islanda, ma a latitudini più basse. Questo per il clima europeo sarebbe una catastrofe, visto che la corrente calda del golfo è responsabile del clima mite e delle piogge. La conseguenza sarebbe: temperature più basse in tutta Europa, estensione dei ghiacci del Polo Nord, meno irraggiamento solare per il nostro pianeta e quindi sempre più glaciazione. Ovviamente non c’è nessuna certezza che tutto ciò accada di nuovo. Ma vogliamo parlarne?”.
Secondo lei l’aumento della CO2 e l’effetto serra non c’entrano nulla?
“Io penso che questi 0,8 gradi di aumento che si sono registrati dipendano dallo sviluppo industriale non indirizzato in maniera sostenibile, detto questo però, si dovrebbe anche dire che è giusto ridurre emissioni, ma per ritardare il più possibile il tracollo. Tracollo che non credo sia sinonimo di desertificazione ma al contrario di glaciazione.
Ci sono studiosi che sostengono che probabilmente le prossime generazioni dovranno difendersi più dal freddo che dal caldo. Credo che dovremmo cominciare a pensare a come adattarci e non a dare colpe. E penso anche dovremmo iniziare a parlare anche di questo. Almeno confrontiamoci. Abbiamo dati certi da cui partire”.
Scusi, ma allora tutto l’allarme sul global change e il riscaldamento della terra?
“Parliamo seriamente, qui c’è anche gente che pensa che se si spengono luci del Colosseo si salva la terra, quando in realtà entrano in gioco energie che nemmeno siamo in grado di concepire e controllare. Mi sembra sempre più evidente che l’obiettivo è solo quello di dare la colpa a qualcuno e, in particolare, all’uomo moderno. Gratta, gratta, salta fuori l’ideale del ‘buon selvaggio’ e il disprezzo delle malefatte della tecnica.
Il fatto è che sul riscaldamento globale si gioca una grande partita che non riguarda solo la conoscenza scientifica. Si fa carriera nella ricerca scientifica, si gestisce consenso e potere, ci si fa eleggere in parlamento, ne parla il papa. Ma nessuno si ferma ad analizzare che forse esiste un’altra campana, che oltre alla teoria del riscaldamento globale esiste anche qualche altra teoria. Oggi, sul clima, sembra che esista solo il pensiero unico, come una moderna scolastica, ma così la scienza non viene fuori.
La scienza è altra cosa, essa nasce dal confronto tra teorie diverse. Contrariamente alla credenza popolare, i modelli climatici non sono la base principale per stabilire gli effetti dell’uomo sul clima (J. Hansen & M. Sato, Nasa 2011). La nostra conoscenza più precisa proviene dal paleoclima della Terra. Chiudo citando il lavoro presentato al congresso della società italiana di fisica (Pisa, 2007) dal mio collega e amico Roberto Purini. Ovvero: “La glaciazione come possibile risposta del sistema climatico atmosfera-oceano al riscaldamento climatico in atto””.
Maria Letizia Riganelli
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