Viterbo – Caro Federighi, vedo che lei consulta Wikipedia ma probabilmente si fa un’idea del tutto personale delle informazioni che vi trae, come ad esempio gli argomenti di cui mi occupo.
Come sociologo con quaranta anni di docenza e esperienza di ricerca (sul campo, non solo sui libri) le posso assicurare che mi sono occupato anche di minoranze etniche e di geopolitica della guerra nella società postmoderna. Ciò precisato, continuo a ritenere che marxismo e liberismo abbiano in comune l’orientamento analitico alle variabili economiche piuttosto che culturali, a prescindere dai loro esiti politici, e che non siano quindi in grado di discernere e comprendere in pieno il problema dello jihad (come me lo pronunciano i miei allievi musulmani, per lo più iraniani, turchi, egiziani e giordani). Ciò significa che la lettura degli eventi attuali va fatta con strumenti interpretativi di maggiore complessità, a partire da una considerazione di fondamentale importanza: l’universo musulmano è tanto articolato quanto quello cristiano e quindi, come si dice usualmente, non si può fare “di ogni erba un fascio”. Lasciamo stare le reazioni durante la partita di calcio Turchia-Grecia, lei sa quali turpitudini si esprimono sugli spalti di uno stadio anche a casa nostra, e lasciamo perdere anche le battute di un bambino di dieci anni, ché a quell’età si dicono spropositi (anche se in genere si assorbono dalle parole degli adulti…).
Quel che conta piuttosto è la domanda: come porsi di fronte all’universo islamico? E la risposta è: porsi sapendo che ha una forte caratterizzazione religiosa, che noi laici dell’occidente (politicamente laici anche quando abbiamo una fede cristiana) stentiamo a capire. Non c’è dubbio che l’Islam è più “indietro” di noi su diritti civili, perché non ha avuto una “rivoluzione francese”, non c’è dubbio che in molti casi debba liberarsi di una lettura letterale e minimale del Corano, come noi abbiamo superato una lettura letterale e minimale dell’Antico Testamento e di alcuni passi del Nuovo Testamento (come le affermazioni di Paolo sulla donna) ma è altrettanto vero che l’emancipazione politica dell’Islam non può essere imposta a colpi di petroldollari o a cannonate.
L’Isis è il prodotto degli immensi errori dell’occidente commessi in quell’area negli ultimi ottanta anni: dallo smembramento con il pennarello dell’impero ottomano, allo sfruttamento colonialista delle risorse locali, dalla costituzione affrettata dello stato ebraico (che era necessario, ma andava fatto diversamente) alla affrettata condanna di certi regimi, autoritari sì, ma gli unici in grado di tenere a freno la lotta tra sunniti e sciiti scatenata proprio dagli occidentali, fino al sostegno soltanto a parole di primavere arabe che storicamente erano troppo avanti rispetto al milieu politico e socioculturale di quei paesi. Lasciamo stare le dietrologie ingenue e complottiste di chi vede l’Isis foraggiato dagli Usa e company: di certo, gli è stato lasciato spazio grazie alla colossale ignoranza di chi in quei luoghi ha condotto una politica imperialista, con la stessa prosopopea di chi conta e valuta i morti di serie A e i morti di serie B, a seconda che siano al di qua o al di là del mare Egeo.
Come auspicato dall’Ateneo della Sapienza, lunedì ho fatto osservare un minuto di silenzio ai centoquaranta studenti che stavano seguendo la mia lezione; molti piangevano, molti si facevano il segno della croce, nessuno è uscito dall’aula. Perché fin da subito ho chiarito che quel silenzio sarebbe stato dedicato ai ragazzi di Parigi, ma anche ai turisti russi del Sinai, alla gente saltata in aria a Beirut, alle ragazze yazide ritrovate in una fossa comune a Sinjar, insomma alle vittime di un terrorismo cieco e brutale che non appartiene né ai cristiani, né agli atei, né agli ebrei, né ai musulmani, né a coloro che si sentono di appartenere al genere umano. Il nostro nemico è l’Isis, non l’Islam. E’ come se, per aver generato gli orrori del nazismo (le ricordo: sei milioni di morti), volessimo condannare oggi tutti i tedeschi, o tutto l’occidente cristiano.
Francesco Mattioli
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