Tarquinia – Un imprenditore viterbese parte offesa in Mafia Emilia.
Andrea Cesarini, tarquiniese, è tra la trentina di vittime, tra privati e soprattutto istituzioni, parti civili all’udienza preliminare “Aemilia”, dalla maxi inchiesta della Dda di Bologna sugli affari della ‘ndrangheta al nord Italia.
Cesarini, imprenditore 42enne, è titolare di un negozio di telefonia a Tarquinia. Nell’estate 2014 finisce ai domiciliari nell’operazione Octopus, della procura di Reggio Emilia. Emissione di fatture false, il reato contestato dagli inquirenti emiliani, con i quali Cesarini collabora fin dal primo momento, rispondendo alle domande dei pm titolari dell’inchiesta.
Lo scenario che emerge è completamente capovolto: da indagato (lo è tuttora, in attesa di conoscere le determinazioni dei magistrati), Cesarini racconta episodi che lo rendono a tutti gli effetti una vittima. Vittima di estorsione. E parte civile all’udienza preliminare “Aemilia” da 200 imputati, alcuni accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso, perché il fascicolo della Direzione distrettuale antimafia di Bologna verte proprio sui suoi presunti estorsori.
Cesarini sarebbe stato costretto a versare 230mila euro in contanti, 600mila in assegni e la sua Lamborghini Gallardo. Sette gli imputati nei confronti dei quali l’imprenditore viterbese è parte civile, due dei quali hanno chiesto il processo con rito abbreviato. Secondo i magistrati titolari dell’inchiesta, i presunti estorsori di Cesarini avrebbero agito “avvalendosi della condizione di intimidazione derivante dalla loro appartenenza alla ‘ndrangheta e, in particolare all’articolazione ‘ndranghetistica emiliana”.
Un’udienza preliminare dai grandi numeri: 200 imputati, già una ventina di udienze celebrate da ottobre nell’immensa aula bunker allestita al polo fieristico di Bologna e costata centinaia di migliaia di euro.
Per quella Lamborghini, Cesarini è finito nei guai, indagato per calunnia: non sapendo come giustificarne l’esproprio, disperato e nel panico, sporse una denuncia per furto contro ignoti, trasformatasi poi nel boomerang di un’accusa di calunnia allo stesso imprenditore tarquiniese, perché le indagini avevano portato a identificare un sospetto autore del furto che, in realtà, non aveva rubato nulla. Solo la maxi inchiesta “Aemilia” ha poi chiarito in effetti che fine avesse fatto la supercar. Una vicenda per la quale Cesarini è stato rinviato a giudizio di recente dal tribunale di Civitavecchia, ma il suo avvocato Paolo Pirani è fiducioso di poter chiarire tutto al processo.
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