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Viterbo - Giornata contro la violenza sulle donne - Intervista a Daniela Bizzarri, consigliera di parità

“Sia ogni giorno il 25 novembre”

di Paola Pierdomenico
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La consigliera di pari opportunità Daniela Bizzarri

La consigliera di pari opportunità Daniela Bizzarri 

Viterbo – “Sia ogni giorno il 25 novembre”.

Daniela Bizzarri ha fatto sua la battaglia per la tutela dei diritti delle donne. Sono, per lei, madri, sorelle, figlie, compagne, complici di vita, mogli. Il fulcro della famiglia. E continua a lottare perché questi ruoli vengano riconosciuti. Decisa e determinata ha portato avanti le sue idee per dare un calcio alla paura che spesso le blocca rendendole vittime di soprusi e violenze.

La consigliera di parità lancia il suo appello affinché sia ogni giorno il 25 novembre e perché, quella che lei definisce “l’altra metà del cielo” possa vivere sicura nei luoghi famigliari, proprio quelli in cui ultimamente si consumano le peggiori violenze.

Gli ultimi dati Istat riferiscono segnali di miglioramento, negli ultimi cinque anni per cui le violenze fisiche o sessuali sono passate dal 13,3% all’11,3%.
“Molti, in effetti, parlano di un calo – dice Bizzarri -, ma, onestamente, credo poco in questa inversione di tendenza perché spesso sento parlare di violenza sulle donne. Solo qualche giorno fa, nella nostra provincia è stato arrestato un 67enne per aver segregato la moglie in casa per due mesi. E di episodi simili se ne sente parlare ogni giorno. La diminuzione sembra essere frutto di una maggiore informazione, di un costante lavoro sociale e assistenziale, intrecciato con la diffusione di quella rete di sicurezza, cultura e prevenzione, che tutti siamo impegnati a portare avanti. Ma non basta”.

Come interpretare queste cifre dunque.
“Riflettiamoci su, anche perché altre statistiche ci dicono, invece, come certi fenomeni si stiano diffondendo nei piccoli centri e nelle province. A macchia d’olio sono presenti in tutto il territorio e non solo nelle grandi città”.

Quasi sette milioni di donne hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Il 62,7% degli stupri è commesso da un partner attuale o precedente. Perché secondo lei?
“In sette casi su 10, i femminicidi sono consumati all’interno del contesto familiare e il movente passionale è il primo tra le cause. Adesso c’è meno tolleranza, per il particolare contesto storico. C’è più tensione che porta a sviluppare violenza, anche alla luce di separazioni che possono portare a grandi sacrifici economici. Dobbiamo imparare a portarci rispetto e imparare che se non si va d’accordo con una persona si può non vederla più, non parlarle più, o magari litigare e che soprattutto la si deve lasciar andare via”.

Come combattere questa violenza?
“E’ inutile, per me, sbandierare iniziative, se poi in concreto non facciamo nulla. Servono provvedimenti e leggi che inaspriscano le pene per chi commette certi atti. Il più delle volte, invece, gli aggressori godono di sconti degli anni di reclusioni e di fronte a ciò che devono pensare i genitori o i figli delle vittime. In questo modo, non si fa altro che creare insicurezza e rabbia tra i parenti di chi ha subito l’oltraggio. Basta piangerci addosso, bisogna agire”.

E come.
“A partire appunto dalla legislazione. I divieti di avvicinamento non sono che palliativi che non spaventano chi compie le violenze. Chi molesta, perseguita o arriva a uccidere, non si lascia intimorire da un monito e, anzi, è pronto in qualsiasi momento, a ripeterlo, aspettando per esempio la vittima sotto casa per colpire”.

Gli uomini sono così?
“Non tutti, certo. Alcuni, per esempio, si sentono discriminati, nel senso che c’è chi mi è venuto a dire che non tutte le donne sono buone e che spesso rendono la loro vita un inferno. Mi chiedo però perché siano sempre le donne a morire e mai il contrario. Ricordo solo un caso, quello di Razieh Ibrahimi, una donna iraniana oggi ventunenne, che è stata condannata a morte per aver ucciso il marito violento. Il più delle volte, invece, gli autori di certi gesti ricevono sconti di pena, perché definiti incapaci di intendere e di volere. Le cose sono due o siamo circondati da folli o c’è qualcosa nel sistema che non va”.

Indichi una soluzione.
“Cultura, assistenza e prevenzione, attraverso una rete tra istituzioni, forze dell’ordine di ogni ordine e grado, ospedali, pronto soccorso, prefettura e magistratura. Uniti si vince. Anche noi, nel capoluogo, abbiamo un protocollo di un anno e mezzo fa e ora ripreso dal prefetto Piermatti che punta alla collaborazione. Certi episodi non possono cadere nell’anonimato e serve fare più attenzione. Parlavo dei pronto soccorso, per esempio, perché già da qui le donne che arrivano con ferite sospette devono essere segnalate. Non dico che l’associazione debba essere immediata, ma che almeno faccia scattare degli approfondimenti”.

C’è altro su cui lavorare ancora?
“Manca la solidarietà, nel senso che il 32 per cento delle persone che è a conoscenza di certi episodi dice che non volersi impicciare. A me è capitato di avere dei vicini dalla cui casa provenivano urla e pianti. Non sono mai riuscita a restare indifferente e il più delle volte ho chiamato le forze dell’ordine. Non ci si può voltare dall’altra parte, non è umano. La violenza non porta a nulla se non ad altra violenza e alla paura, che è l’arma dei più deboli. Impariamo a starci vicini”.

Cosa vuole dire alle donne?
“Non abbiate paura. Spesso le vittime sono intimorite dal momento che non c’è, intorno a loro, una sicurezza tale da indurle a denunciare i fatti. Parlatene e non siate passive perché pensate così di salvare le vostre famiglie. I figli che vivono certe situazioni saranno comunque danneggiati da questo ricordo, dalla violenza che spesso coinvolge anche loro. Andatevene da quelle case che diventano prigioni e smettetela di sopportare”.

Agli uomini invece?
“Li manderei tutti a scuola perché penso ci sia davvero bisogno di approfondire la natura culturale della violenza di genere, individuandone le cause e ponendo complessi interrogativi su quali debbano essere le strategie per superarla. E’ un processo in cui tutte le parti devono essere coinvolte e da consigliera di parità, mi batto, appunto, per la tutela dei diritti di entrambi i sessi. Ben vengano quindi incontri con istituzioni e centri d’ascolto”.

Come è la situazione in città.
“A Viterbo ci sono più casi di stupro che femminicidi. Ho passato anni fuori dai tribunali e so di tanti episodi che sono accaduti per questo credo sia necessario partire dal basso inculcando una buona educazione e rispetto ai nostri ragazzi. Iniziamo a dir e no alla violenza e promuoviamo la valorizzazione della donna. Non solo, ma anche delle nostre madri, sorelle, mogli e figlie e dei loro valori specifici e insostituibili. Sia ogni giorno il 25 novembre – conclude -. Rendiamo omaggio alla grande bellezza”.

Paola Pierdomenico


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25 novembre, 2015

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