Viterbo – Un Natale d’altri tempi con proloco Viterbo, Confartigianato Imprese Viterbo e Padri Agostiniani.
In uno degli luoghi più belli e sorprendenti del centro storico di Viterbo, negli spazi interni ed esterni della chiesa della SS. Trinità, con lo splendido chiostro rinascimentale e le antiche sale. Mercatino di artigianato artistico, laboratori per bambini, cineforum natalizio e tante altre proposte.
Sabato 5 dicembre alle 17.30: presentazione del libro di don Mario Brizi “Genius Loci. Quando i luoghi avevano un’anima”, emozionante viaggio alla riscoperta della perduta civiltà contadina.
Partecipa Antonello Ricci. Seguirà degustazione di aperitivo contadino a base dei prodotti dell’orto urbano dei frati agostiniani.
Anticipiamo, per i lettori di Tusciaweb, la prefazione di Antonello Ricci al libro di don Mario.
UNA STRUGGENTE NOSTALGIA PER LA PERDUTA ANIMA DELLE COSE
di Antonello Ricci
Il lettore non sia tratto in inganno. A dispetto dell’umiltà pastorale dei toni – sempre caldi e rievocativi ma anche puntualmente asciutti, mai lacrimevoli, scevri dalle querimonie tipiche del buon laudator temporis acti – a dispetto dei modi affabili e del cursus popolare, quasi didascalico della sua prosa, questa nuova fatica di don Mario Brizi – dal titolo emblematico: Genius Loci. Quando i luoghi avevano un’anima – non è un libro qualunque.
Intanto perché don Mario – e lui deve saperlo bene – scende direttamente per li rami da una schiatta di preti valenti scrittori di cose locali peculiarmente nostra, italiana.
Una genealogia – per intenderci – che corre diritta dall’ombra pietosa di quel «prete Ercole Camerlingo» viterbese il quale ricopiando e mendando («che no’ si potìa più lejere») salvò dall’oblio (non si sa bene quando ma certo in saecula saeculorum) la splendida leggenda della sacra immagine del Ss. Salvatore; agli intensi bozzetti narrativi di don Martino Ceccuzzi, alias Idilio Dell’Era (nomen omen) senese di culla, maremmano di adozione.
Solo che – a differenza ciò che capita agli eruditi-talpe d’archivio e archeologi-cornacchie immortalati dal sapido Bianciardi de Il lavoro culturale: gente governata da una vera e propria ossessione per le “vere” origini della storia – la scrittura di don Mario, umile e preziosa, punta a rievocar cose persone mondi ormai trascorsi con dolcezza di taglio antropologico e lucidità, per certi versi, pasoliniana; con tenera dolente pietas di stampo classico, ancor prima che cristiana.
Inoltre, vero oggetto di questo Genius Loci è uno struggente desiderio di richiamare alla presenza il millenario impasto di luoghi riti miti usi costumi credenze superstizioni gesti mestieri attrezzi dialetti proverbi soprannomi vite narrazioni che chiamammo “mondo contadino”.
Orizzonte storico il cui repentino tramonto ci lasciò basiti. Più ricchi certamente, ma non certo più felici. Fu quando d’un colpo morì un’idea dell’uomo; quando vecchi e ragazzi smisero di ripetere uno a uno gli atti del padre; quando giovani e anziani presero a ripudiare amori e dolori stillati su da questa infinita prigione di grano e ulivi senza più saper trovar posto, nei loro cuori, per la Religione.
Fu la modernizzazione infatti, anzitutto morte del sacro: il Genius Loci, divinità “locale” aleggiante, magnetica e benigna, a proteggere i paesaggi dei popoli, prese improvvisamente a disertarli; disincantandoli, non volle più abitare presso gli uomini.
Don Mario da Proceno – sacerdote, non sarà ozioso ricordarsene, significa colui che sia addetto alle procedure del sacro – classe 1948, conosce infinitamente ciò di cui anela scrivere. Perché egli è uno dei tanti figli di quella generazione che si trovò a fare il gran rifiuto.
Avendo conosciuto, in tenera età, lacrime e fatica, polvere e bestemmie di quel tempo out of mind. Di quell’età remota confitta nella storia prima dell’avvento della civiltà dei consumi. Per cui la sua parola non è mai sillabata da qualche rassicurante area protetta sub specie pittoresca.
Don Mario porta in sé memoria diretta di quel passaggio, di quella smania di trasmutare. Di migliorarsi. Senza troppa retorica egli registra con acribia la febbre che spinse uomini e donne a cambiare/scambiare tutto il loro mondo in pochi istanti.
Notifica senza incertezze – per derive positive – le brusche accelerazioni della modernizzazione: in quanto sa riconoscerle veicolo-espressione di legittima aspirazione – da parte degli umili – a un miglior grado di dignità e quindi a più alti livelli di benessere.
Così, a un certo punto, furono trattori e macchine al posto di cavalli vacche somari; asfalto invece di fango e croste; lampadine elettriche al posto di lampade a petrolio; medicine confezionate invece di rimedi fatti in casa; cessi in appartamento piuttosto che sui ballatoi o nell’aperto dei campi; una dieta più ricca al di là della semplice pancia piena. Però, come spesso accade, quel cambiamento finì per darci alla testa. Con l’acqua sporca rovesciammo via pure il Bambino. Con disarmante facilità.
Appassionato ma senza smancerie, don Mario si assume il compito di ricordare a noi lettori smemorati – spaesati su questo crinale di millennio nuovo – il valore inestimabile di quel Bambino.
Così, dinanzi ai nostri occhi smagati, quel mondo remoto, dolente e fiabesco, torna a sfilare come redivivo: in tutti i suoi luoghi (dalla cucina al forno al lavatoio all’osteria) nei cicli e riti di passaggio (dagli appuntamenti del calendario agricolo a quelli, ad esso intrinseci, delle feste religiose) nei personaggi e vecchi mestieri (dall’arrotino al banditore con la sua sgraziata trombetta).
E per un attimo – mentre sfoglio Genius Loci nella quiete di una mattina di Santa Pasqua – per un attimo miracoloso e senza fine, le campane tornano a riempire l’aria.
Ce n’è di che render grazie a don Mario. In attesa che, da qualche parte nel mondo – nei nostri cuori così come negli oggetti fuori di noi, nei ricordi come nei paesaggi – lo splendore del sacro torni finalmente a splendere. Di nuovo. Per sempre.
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