Viterbo – (r.s.) – Partigiano ucciso dai nazifascisti. 72 anni fa moriva Mariano Buratti. L’insegnante viterbese fucilato al Forte Bravetta. Era il 31 gennaio 1944.
Mariano Buratti nasce a Bassano Romano nel 1902. A 22 anni entra nella Guardia di Finanza e diventa sottobrigadiere.
Poi si dedicata all’insegnamento. Prima maestro alle scuole elementari e poi professore di storia e filosofia al liceo Umberto I di Viterbo.
Gravi lutti contraddistinguono la sua vita. La morte della figlia Magda e, poco dopo, quella della moglie Cristina e della bambina che questa aveva in grembo. Nel 1936 Buratti partecipa alla guerra d’Africa.
Nel 1943 si dà alla clandestinità e organizza una banda partigiana: la Banda Buratti, che operava sui monti Cimini. Il gruppo era composto da ex militari, suoi allievi a scuola.
Il 13 dicembre di quello stesso anno viene catturato dai nazifascisti sul piazzale di ponte Milvio a Roma. Viene prima incarcerato nella prigione di via Tasso a Roma e poi nel carcere di Regina Coeli.
Dopo un mese e mezzo di detenzione e torture, viene fucilato al Forte Bravetta insieme a otto oppositori del nazifascismo. Era il 31 gennaio 1944.
In sua memoria, il liceo classico Umberto I – dove Buratti aveva insegnato – porta il suo nome. Nel colonnato d’ingresso della scuola è posta una lapide che ricorda il sacrificio per la libertà compiuto dal professore.
Sotto la lapide, ogni 25 aprile – giorno della festa della liberazione – viene posta una corona d’alloro.
Un anno dopo la morte, Buratti viene insignito della medaglia d’oro al valore militare. Nella motivazione si legge:
“Nobilissima tempra di patriota, valente e appassionato educatore di spiriti e di intelletti – si legge nelle motivazioni della medaglia d’oro -. Raccoglieva intorno a sé, tra i monti del Viterbese, un primo nucleo di combattenti dal quale dovevano sorgere poi valorose formazioni partigiane.
Primo fra i primi nelle imprese più rischiose, animando con l’esempio e la parola i suoi compagni di lotta, infliggeva perdite al nemico e riusciva ad abbattere un aereo avversario.
Arrestato in seguito a vile delazione, dopo aver sopportato, con la fierezza dei forti e col silenzio dei martiri, indicibili torture, veniva barbaramente trucidato dai suoi aguzzini. Esempio purissimo di sublime amor di patria”.
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