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L'opinione - La classifica sulla qualità della vita stilata da Italia oggi vede le province di Trento e Bolzano in testa e Viterbo al 62esimo posto - Dati alquanto approssimativi

Le città “austriache” d’Italia

di Francesco Mattioli
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Viterbo - Palazzo dei papi

Viterbo – Palazzo dei papi 

Viterbo vista dalla rocca Albornoz

Viterbo – Una veduta della città 

Viterbo – Ci sono nove città del nordest tra le prime dieci posizioni della classifica sulla qualità della vita stilata da Italia oggi, con Trento e Bolzano stabilmente in testa.

Il nordest è stato quello che gli austriaci hanno governato per quasi cento anni, specie in Alto Adige: vuoi vedere che i criteri adottati da Italia Oggi li hanno suggeriti gli austriaci?

Continuiamo a sorridere: un sondaggio un po’ alla buona ha indicato che per i turisti, Cuneo – che si trova al sesto posto della graduatoria di Italia oggi – è la città meno ospitale della penisola, viene da pensare per contrasto alla calda accoglienza meridionale raccontata da Benvenuti al Sud.

Viterbo ha guadagnato dodici posizioni in un anno: strano, il teatro non ha riaperto i battenti, le buche nelle strade sono quelle, i negozi in centro continuano a chiudere.

Sarà che una dozzina di città sono state travolte quest’anno da qualche apocalisse e noi ne abbiamo approfittato?

Un mio amico di Rieti mi diceva qualche mese fa che nella sua città non succede nulla, non c’è cultura, qualità della vita, e invidiava la Tuscia.

Eppure Rieti ci sopravanza, vedi un po’ le statistiche!

Oddio, non è che le statistiche dicano sciocchezze, per carità: ogni volta che salgo al nord – ma basta andare in Toscana – vedo una vita diversa, una civiltà diversa, mentre se scendo al sud, diciamolo francamente, dopo il sole, il cielo azzurro e il calore degli abitanti, vedo un mare di disfunzioni e di arretratezze fin troppo “italiane”.

Prenderei con molta leggerezza tutte queste graduatorie.

Il tema della qualità della vita è talmente dibattuto, soggettivo, talmente esposto a criteri di valore ideologico o unilaterale, che si può dire – e calcolare – tutto e di tutto.

Basterebbe cambiare qualche parametro, dare minor valore a quelli strettamente economici a favore di quelli culturali, ambientali, o caratteriali, per stravolgere ogni classifica.

In fin dei conti, più di un secolo fa Durkheim sottolineava come nei paesi nordeuropei le tendenze al suicidio siano più alte che nei paesi mediterranei: questione di relazioni sociali, di religione, di clima, di eccessivo surplus economico.

E il suicidio deve essere considerato un indicatore forte sulla qualità della vita: racconta di disagi esistenziali, di scarso aiuto o comprensione dall’esterno, di difficoltà soggettive e oggettive, quindi di quanto l’ambiente che circonda l’individuo possa influenzare la sua percezione della realtà e la sua condotta.

Chi si suicida non è quasi mai un matto, è un individuo provato dalle sue esperienze con l’esterno.

E allora, guarda un po’: sono le stesse statistiche (Istat) a dirci che in Italia – oggigiorno – i suicidi nel centronord sono più alti che nel sud e nelle isole (mediamente circa il 5,5% contro il 3,8%). Allora, come conciliare i dati Istat con quelli di Italia oggi?

Forse la ricerca sociale non si dovrebbe fare solo con i dati statistici, che magari attraggono il pubblico, indotto ormai dallo sport a vedere classifiche dappertutto, a preoccuparsi se si sta “nella parte destra o sinistra della classifica”.

Forse la ricerca sociale ha bisogno di maggiori approfondimenti, di spiegazioni, più che di classifiche.

Senza parlarsi troppo addosso, ovviamente.

Francesco Mattioli


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2 gennaio, 2016

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