Marta – Riceviamo e pubblichiamo – Un paese sempre più attaccato alle proprie tradizioni quello di Marta, che domenica 17 gennaio si è riunito nella piazza Umberto I, gremita di persone. Il freddo pungente e il vento di tramontana non ha impedito lo svolgersi dei festeggiamenti in onore di Sant’Antonio Abate, protettore degli animali. E ce n’erano davvero tanti, soprattutto cani infiocchettati dai loro padroni, ad attendere la benedizione da parte del parroco.
Una ricorrenza partecipata quella del 17 gennaio che avviene da secoli, memore di un retaggio antico, proveniente dal mondo rurale contadino, che affonda le proprie radici culturali e storiche intorno alla figura di questo santo amato in tutta Italia.
Già dal primo mattino i soliti volenterosi, muniti di trattori e pianali carichi di legna, hanno cominciato il loro andirivieni per scaricare i grandi ciocchi di olivo e legna secca, formando una grande pira posta davanti al comune di Marta che successivamente è stata accesa, provocando un grande calore in tutta la piazza, unito a tanto fumo spinto dalla tramontana che spirava gelida sul lago.
Terminata la santa messa delle 11, la statua antica di Sant’Antonio Abate, dalla chiesa collegiata dei Santi Marte e Biagio, è stata portata a spalla e in processione seguita dai fedeli, di fronte al palazzo comunale davanti al grande falò ardente dove al grido di “Evviva Santo Antonio!”, il parroco don Roberto con rito propiziatorio, ha benedetto gli animali, i butteri a cavallo, cani e gatti, animali da cortile e i loro proprietari, in quanto è notorio che il santo è il protettore degli animali.
Un tempo erano soprattutto i cavali, asini, muli e buoi a tiro a farla da padrone in questa festa che riempiva la piazza, insieme ai butteri maremmani. L’avvento delle macchine agricole, poi, ha ridotto notevolmente questi esemplari rimpiazzati da animali da cortile, soprattutto i cani.
Proprio sui butteri locali da giorni in paese è divampata una forte polemica con dei residenti, in quanto alcuni appartenenti a questa categoria che a Marta chiamano “Casenghi” per motivi di vario genere, non hanno partecipato come negli anni passati alla fiaccolata a cavallo, disertando la festa e recandosi a festeggiare Sant’Antonio Abate nella vicina Capodimonte e in altri paesi. Una posizione quella da parte dei butteri di Marta del tutto incomprensibile che suona come un’offesa per molti cittadini, attaccati più che mai a questa festa tradizione locale e il coro dei dissensi su questa vicenda che tiene banco nei bar e sulla piazza si alimenta come la fiamma che arde sul grande falò che brucia da ore e che non accenna a spegnersi.
Le motivazioni che hanno indotto i butteri di Marta a disertare la sfilata pomeridiana, a detta dei ben informati, sono da imputarsi a disaccordi interni al gruppo, qualcuno di questi n’é uscito con frasi come questa “Io a Marta le feste non le fo’ più” perché in passato nessuno si era preoccupato di chiedere i permessi per lo svolgimento della sfilata. Motivazioni, queste, del tutto personali, che non convincono e che fanno ancora di più alimentare polemiche e la risposta di alcuni cittadini non si è fatta attendere: “Allora stattene a casa pure il 14 di maggio giorno delle passate in onore della Madonna Santissima del Monte, oppure vai a far festa quel giorno a Capodimonte”.
Tutto ciò, sembra suonare come una posizione ed espressione campanilistica, ma non meraviglia i martani, attaccati più che mai alle loro tradizioni ultracentenarie molto radicati nel nostro paese.
Negli anni passati nella ricorrenza del 17 gennaio, festa di Sant’Antonio Abate, era usanza bruciare nel falò anche le vecchie barche di legno dei pescatori in disuso, le quali hanno lasciato posto alla legna secca e ai grandi ciocchi d’olivo e di quercia stagionati e quant’altro, fornita con generosità da alcune volenterose persone, amanti di questa tradizione a cui va il ringraziamento di tutta la popolazione.
Ogni anno è consuetudine dopo la benedizione del sacerdote, l’usanza di prendere un tizzone benedetto dal grande fuoco, il quale una volta spento, viene portato nei casolari di campagna e legato sopra lo stipite della porta, il tutto, per proteggere gli animali che vivono all’interno, una tradizione questa che si perde nella notte dei tempi e che si rinnova ogni anno nel giorno del 17 gennaio festa di Sant’Antonio Abate. Il proverbio che dice “finita la festa, gabbato lo santo” è stato più appropriato che mai, infatti, nella serata, una graticola è stata posta sui carboni ardenti e qui si è svolta una allegra salsicciata tra amici, condita con un buon bicchiere di vino, per concludere questa giornata che ha rinnovato questa tradizione così cara ai martani.
Danilo Piovani
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