Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – A chi conviene un nuovo centralismo statale?
Non avevamo fatto in tempo ad assimilare la bontà di 10 anni di dibattito e sperimentazione su federalismo, devoluzione, sussidiarietà, costi standard ecc., che una violenta crisi economica ferma il processo di cambiamento, anzi lo inverte, o, come affermano alcuni, ne dà la scusa per farlo.
Gli stessi, coloro che erano entusiasti della sussidiarietà verticale ed orizzontale, sia studiosi che addetti ai lavori della PA, ci mostrano la nuova direzione: non più, per schematizzare, dall’alto verso il basso, ma dal basso verso l’alto.
Sull’onda di campagne scandalistiche e di sacrosanta denuncia, avviene un’acculturazione di massa che stravolge alcuni concetti fondanti del comune sentire le istituzioni: spesa pubblica, autonomia territoriale, regionalismo, decentramento, assumono e sedimentano un’accezione negativa.
La spesa pubblica non è più la prassi amministrativa corrente e normale per il governo della Pubblica Amministrazione, ma è tout court, spreco; la riduzione dell’autonomia territoriale è accettata come sinonimo di riduzione di spesa pubblica e quindi di sprechi; le Regioni, popolate da concussori e corrotti estendono la loro pessima fama ad ogni forma di decentramento e devoluzione ad enti di prossimità.
Sul fallimento di quella stagione di riforme cominciata nel 2001, viene comodo delineare un nuovo centralismo statuale, che a sua volta era stato spazzato via con la fine della Prima repubblica.
Così la spending review (occhio all’inglese…) diviene la nuova panacea per una opinione pubblica disattenta e sfiduciata cui sfugge che a farne le spese, è il caso di dirlo, sono le parti più deboli della PA, Comuni e Province: il comparto enti locali in 8 anni subisce tagli per 17 mld di euro.
Il rigore sfiora lo Stato ed i suoi organi; intacca le Regioni; stravolge i bilanci dei Comuni e delle Province.
Tutto ciò ha un riflesso concreto in quello che siamo abituati a chiamare welfare, cioè la qualità della vita degli enti di prossimità, la qualità della vita quotidiana di tutti coloro che vivono nei Comuni, in essi pongono la propria residenza come base familiare per affetti ed affari, crescita culturale, progettualità ed aspirazioni.
Se il profilo comunale, ed oggi anche provinciale, è indebolito innanzitutto come ruolo e caratura istituzionale, sia in termini di risorse che di prerogative e competenze, i primi a risentirne sono e saranno sempre più, i cittadini; intanto nel colmare il deficit finanziario indotto dai tagli attraverso l’aumento di tasse ed imposte locali; poi nel venir meno del controllo e partecipazione democratica al governo del territorio e dei beni comuni, acqua, luce, gas, reti informatiche ecc.; infine nel contrastare i fenomeni di invecchiamento e spopolamento nei centri minori, con fenomeni migratori verso le periferie dei grandi agglomerati urbani, inquinate e degradate.
E’ questo il contesto in cui si cala la riforma costituzionale sottoposta a referendum di cui sarà bene conoscere contenuti e conseguenze.
Francesco Chiucchiurlotto
Consigliere nazionale Anci
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