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Fabrica di Roma - Un espositore di metallo usato contro di lei come un bastone - Il tribunale le dà ragione, ma l'imputato non ha soldi e non si trova

“Sorda dopo aggressione, non avrò un euro”

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Monia Moneta

Monia Moneta

Fabrica di Roma – (s.m.) – Un espositore di metallo brandito come una mazza. Se lo vide arrivare addosso ma non ebbe neanche il tempo di realizzare: Monia Moneta, 41 anni, non sente quasi più dall’orecchio sinistro.

Dopo quell’aggressione improvvisa e immotivata, ha perso il 70 per cento dell’udito da un orecchio: l’espositore l’ha colpita alla testa, appena sopra l’orecchio sinistro. 

Febbraio 2008: Adrian Grosu, 39enne romeno (all’epoca 31enne), infastidisce i clienti di un bar a Fabrica di Roma. Lo cacciano. In preda ai fumi dell’alcol e della rabbia, afferra un espositore di metallo, di quelli che si trovano spesso fuori dalle agenzia immobiliari; con quello inizia a colpire chi capita.

Restano feriti prima due ragazzi, uno alla spalla e uno alla mano, quest’ultimo dopo aver cercato di schivare un colpo che gli sarebbe arrivato dritto in testa. Poi tocca a Monia, che non c’entrava niente con la sceneggiata di poco prima dentro il bar. Se ne sta seduta in macchina in disparte, con l’unica colpa – se così di può definire – di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. “Ho sentito solo un fischio e poi il taglio grandissimo e il sangue che usciva – spiega dopo l’udienza in tribunale per il suo aggressore -. In ospedale mi dissero che l’aria era entrata nella ferita, uccidendo molte cellule. Il risultato è la mia ipoacusia. Mi diedero trenta giorni di prognosi, ma il danno è permanente”. 

Grosu finisce imputato per lesioni aggravate. Monia è parte civile, rappresentata dall’avvocato Francesco Massatani. In tribunale, il processo rimbalza da un giudice all’altro e dal 2008 si arriva addirittura al 2016. Ieri, la sentenza: condanna a un anno e mezzo, risarcimento da stabilire in sede civile, 1600 euro di spese processuali e una provvisionale immediatamente esecutiva di 5mila euro. Ma chi glieli dà? Intentare una causa civile equivarrebbe a perdere altri soldi per pretenderne da un probabile nullatenente, ammesso al gratuito patrocinio: significa che l’avvocato di Grosu lo paga lo Stato perché l’imputato non ha reddito sufficiente. Non solo. Il suo stesso legale, Irene Santini, ammette: “Non lo sento da anni. Non so proprio che fine abbia fatto”.

Per Monia, il danno e la beffa di una giustizia che, anche quando è giusta, perde il contatto con la realtà. “Sono amareggiata – racconta -. Ho speso migliaia di euro in visite mediche per un danno che non ho certo voluto, né mi sono in alcun modo andata a cercare. Per me non era tanto una questione economica, ma di principio: io qui sono la vittima e un tribunale lo riconosce, ma in concreto come vengo risarcita? Con niente. Il principio che chi sbaglia paga, evidentemente, non vale per tutti”.


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11 febbraio, 2016

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