Viterbo – “Nostra Patria è il mondo intero – Biografia in libertà di Antonio Gamberi poeta del popolo, pastore, minatore, antifascista”.
Venerdì 29 aprile alle 18,30 al circolo il Cosmonauta in via della Polveriera a Pianoscarano, Arci/Resist e Stampa alternativa presentano il libro “Nostra Patria è il mondo intero – Biografia in libertà di Antonio Gamberi poeta del popolo, pastore, minatore, antifascista”, di Alessandro Angeli (collana Eretica – pag. 160 – 13,00 euro)
Insieme con Pietro Benedetti e Olindo Cicchetti, ravviverà l’incontro Antonello Ricci. Stornelli libertari e sovversivi ( testi del poeta maremmano Antornio Gamberi) di Andrea Rocchi (voce e chitarra)
La storia di un poeta proletario, autodidatta e antifascista, che incarnò il desiderio di libertà ed emancipazione della classe operaia tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, fino all’esilio in Svizzera e poi in Francia, dove continuò la sua militanza.
Bracciante, pastore, minatore, sindacalista e attivista politico, Antonio Gamberi con la sua penna ha lottato per i diritti di tutti i lavoratori, diventando un punto di riferimento del nascente movimento socialista italiano. I suoi versi di rivolta testimoniano gli accadimenti di quasi un secolo di storia d’Italia, dai fatti successivi all’Unità fino alle macerie del secondo conflitto mondiale.
In questa storia a cavallo tra biografia e finzione narrativa si rivivono gli episodi salienti della sua vita: la gioventù nella campagna maremmana, l’amore idealizzato, le persecuzioni politiche, la galera e infine l’esilio che non scalfì l’impegno e la sete di giustizia di questo instancabile eroe popolare.
A seguire aperitivo.
Per maggiori informazioni: www.stampalternativa.it
Cell. 347/8751117, tel. 076/1352277
Il poeta della plebe
di Alberto Prunetti
La storia della memoria ribelle in terra maremmana è una vena mineraria la cui esplorazione è ancora ben lontana da raggiungere l’esaurimento: ci sono storie dimenticate da disseppellire dagli archivi, dalla memoria orale, dalla poesia estemporanea.
Tra gli squarci di storia ribelle Alessandro Angeli ne prende un campione meraviglioso che risplende delle venature della rivolta e della non sottomissione, quella del bardo socialista, il poeta autodidatta, il minatore Antonio Gamberi.
Un “metallifero” di Tatti, frazione di Massa Marittima, magro e emaciato, un figlio del popolo che passava dieci ore sottoterra e che tornava a casa per rilegare opuscoli con ago e corda o per scrivere alla luce di un lumino a olio poesie contro i preti e i padroni e infine i fascisti, con la rima semplice dell’epica popolare, con la scrittura come supporto, laddove la tradizione poetica popolare preferiva l’estemporanea recitazione in osteria e l’archiviazione degli endecasillabi negli scrigni della rima mandata a memoria.
Popolare in Maremma quasi quanto il cavaliere errante dell’anarchia, quel Pietro Gori che era famoso forse più per le sue canzoni libertarie e per le poesie anticlericali che per l’attività di tribuno della plebe, il Gamberi conobbe le galere dell’italico regno, la persecuzione fascista, l’esilio e le busse della polizia francese. Poeta proletario, vestito di abiti lisi, con gli occhi tristi e la faccia provata, ecco come descrive se stesso in una meravigliosa poesia autobiografica:
Persona ho giusta, occhi castagni attenti,
naso aquilino, scarno e lungo viso,
bruno e rozzo color, languido riso,
capo chino, bei cigli e guasti denti.
Barba sterile rada e baffi stenti,
mento ristretto e porto il crin reciso;
serio d’aspetto son, di sguardo fiso:
vesto al costume delle basse genti.
Amo l’umanità rejetta e trista.
Cotai vizi e virtù possiedo. E sono
Ateo convinto e fermo e socialista
A questo personaggio dimenticato della memoria storica del proletariato maremmano Alessandro Angeli ha dedicato un racconto lungo.
Un’opera di finzione, che cerca di esplorare con verosimiglianza la biografia del Gamberri riempiendo con lo stucco della fantasia le zone d’ombra della ricerca storica, quelle che i ricercatori non hanno messo in luce, ad esempio il rapporto col mondo femminile, sempre in ombra nelle vite dei militanti dell’epoca, segnate da un concetto di militanza vissuta come rinuncia agli affetti:
All’amor tuo, fanciulla,
altro amor io preferia.
È un ideal l’amante mia
a cui detti braccio e cuor. (…)
Se tu vuoi, fanciulla cara
noi lassù combatteremo
e nel dì che vinceremo
braccio e cor ti donerò
Così si esprimeva proprio Pietro Gori, lasciando intendere che gli affetti erano cosa a cui il rivoluzionario di professione non aveva tempo di dedicarsi. L’appuntamento era a dopo la rivoluzione insomma e solo i movimenti degli anni Settanta del secolo scorso cercarono di conciliare politico e privato, rendendo ribelle anche il mondo della vita sentimentale.
Di qui l’urgenza di Angeli di inventarsi una figura femminile accanto al militante peregrino che passa dalla miniera all’esilio. La penna di Angeli riesce a calarsi magistralmente nella temperie dell’epoca, riuscendo anche a imitare stilisticamente la penna degli scrittori apprezzati in quegli anni, che spesso avevano un registro che spaziava dal realismo di Germinal all’iper-aggettivazione dannunziana.
Angeli gioca con lo stile con grande maestria, e ci riporta i timbri con cui echeggiano nella letteratura otto-novecentesca le miniere e le fughe dalla polizia, l’espatrio e le servette, i vestiti lisi e i complotti antifascisti, l’odio anticlericale e il sostegno all’epopea spagnola della rivoluzione civile. Leggendo la penna di Angeli, sembra ancora di sentire il bardo inveire:
A che tentar di convertire, o prete
Un vecchio peccatore impenitente?
Tu anfani e fatichi inutilmente
Con le ragioni tue ritrite e viete.
Io conservo credenze più concrete
Dell’aldilà, per me, non esistente:
credo all’idea di riscattar la gente.
Che pezzo di pirite, tolta la gabbia di pietra sterile, si trova nella vita del Gamberi. E come quella del poeta tatterino, sono tante le storie che bisogna continuare a cercare, scavando ancora, inseguendo la vena del minerale alla ricerca di un filone che riporti a galla quel patrimonio di memorie ribelli che abbiamo sotto i piedi.
Non per mettere sull’altare altri santini rivoluzionari, ma per dissotterrare nuove asce di guerra. Ricordando l’esortazione del Gamberi, poeta, minatore e esule: “meglio è il piccon rivolgere / alle basi che reggono il sistema”.
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