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Politica - Dagli archivi dell’assemblea costituente un documento scoperto dal ricercatore viterbese David Crescenzi - Ipotizzata una regione con Viterbo e Orvieto insieme

La Tuscia? Ne ignoravo l’esistenza…

di Daniele Camilli
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Il ricercatore David Crescenzi

Il ricercatore David Crescenzi

Viterbo –  Poche ma significative parole: “Per la Tuscia non ho rossore di dichiarare che ne ignoravo l’esistenza”. A tirarle fuori dagli archivi dello Stato, David Crescenzi che all’Università di Perugia sta preparando una tesi di dottorato dedicata alle autonomie regionali. Piccola ma preziosa scoperta dovuta alla curiosità di un ricercatore viterbese che ha scelto l’Umbria per i suoi studi.

E perché no, un modo per festeggiare i 71 anni della liberazione dal fascismo. L’occasione colta da David Crescenzi è poi delle più preziose: l’assemblea costituente eletta il 2 giugno 1946 in un Italia che di lì a poco sarebbe diventata repubblicana. Il momento è tra i più critici della sua storia.

A cavallo tra l’insurrezione del 25 aprile e l’entrata in vigore della costituzione del ‘48. È il 29 maggio 1947. Tre settimane prima la strage di Portella della Ginestra, tiro a segno il 1° maggio su lavoratori di latifondisti, mafiosi e un mercenario, Salvatore Giuliano, sbucato fuori dalle miserie delle campagne di Montelepre e dall’atavico sfruttamento del mondo contadino. Tutt’attorno, più a Nord, le macerie di un’Europa distrutta dai nazisti, la “guerra fredda” e il Pci di Togliatti, con tutta la sua doppiezza, buttato fuori per sempre dal Governo.

Parole dette dal deputato Antonio Cifaldi, successivamente sottosegretario di Stato all’Assistenza postbellica nel primo governo De Gasperi, e al Tesoro, con delega per i danni di guerra, nel IV e V governo, sempre De Gasperi. Parole che non si limitano solo a quanto appena detto. “Abbiamo assistito – prosegue infatti Cifaldi – alle aspirazioni della regione Tuscia per la quale io confesso la mia ignoranza e la mia meraviglia perché non avevo mai saputo che Orvieto non volesse stare con l’Umbria e potesse affermare di dover stare con Viterbo per poter formare la Tuscia la quale, secondo un giornale locale, è una delle più antiche, delle più note e delle più ricche regioni d’Italia”.

Orvieto e Viterbo – oggi così distanti – insieme per una regione. Ma ad impedirlo furono proprio le ragioni, spiegate dallo stesso Cifaldi, riferendosi sempre alla Tuscia: “Ora, che sia antica e che sia nota, può non esservi dubbio, ma che sia una delle più ricche d’Italia non lo credo”. Schietto. Semplice e sincero.

Una Tuscia che non solo non diventerà mai Regione, perdendo ad libitum il suo rapporto con Orvieto, ma sarà persino relegata a zona cuscinetto, l’ultimo avamposto militare del Regno del Sud, a ridosso delle zone rosse, industriali e operaie dell’Italia Repubblicana e del più grande partito comunista d’Europa. Dalla Toscana e dall’Umbria in su. Non a caso le caserme nel viterbese e di Viterbo si dispongono verso nord come una specie di cintura militare protettiva in un paese che ha vissuto una sorta di guerra civile strisciante sfociata nel berlusconismo prima e nel renzismo poi.

La Tuscia, infine, non regione ma terra di confine. Come Trieste e Sigonella. Quindi demani, poligoni, Chemical City e segreti militari con tonnellate di liquidi per “bombe chimiche” a un salto dal Lago di Vico. Terra di passaggio per ricongiungere le acciaierie al mare, fatte a Terni per paura della marina inglese. Ci provarono tra gli anni ’20 e ’60 con la ferrovia Orte-Civitavecchia.

S’è dopo successivamente tentato con la Trasversale, in lizza dai tempi dei Beatles e arrivata solo al Cinelli, mentre il polo industriale ternano s’è dissolto e il porto è visto ormai come approdo turistico piuttosto che imbarco merci. Una terra – la Tuscia – dove il patto politico e di potere, soprattutto nella cittadella militare, doveva essere per forza granitico. Fascista prima, impiegatizio e democristiano in epoca repubblicana. Un potere gestito al grido di un diritto fondato sulla tecnica del principio del dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che gli spetta. Il vero comandamento in una città – Viterbo – spaccata in due, dove l’Urcionio segna ancora a via Marconi il confine, che a camminarci sembra quasi di risalire nuovamente il fiume tra due rive e diversi tipi di abitanti: quelli che stanno dalle parti di San Faustino e quelli che vivono al centro. Entrambi frastagliati, sbattuti sugli scogli da una morente “popolanità” a denti stretti su quei volti dove non leggi mai né il caldo né il freddo, riconoscendoli dall’accento, come se la lingua battesse non sul palato ma su un tamburo. Come un lampo.

Un fiume che da via Marconi sfocia e si impantana a Valle Faul dove ogni cosa è detrito e malinconiche macerie tra il rimosso di una guerra che è lì sepolta e aspetta e la fretta di uscire dalle mura trovando però in esse sempre il ricordo di una città antica che ha preferito disarticolare piuttosto che proiettarsi in un futuro dove siamo a mala pena arrivati e quel che è peggio con un calcio in culo.

Viterbo tagliata in due pure dalla ferrovia, addirittura ciascuna parte con la sua: Roma Nord ed FS. Da un lato il liberty delle ville di viale Trieste. Dall’altra l’incomprensibile disegno urbano di piazzale Gramsci, palude di macchine che galleggiano come piccoli battelli. Una città che aspetta di essere travolta dall’espansione dell’area metropolitana romana che trova nei quartieri periferici viterbesi i suoi avamposti. Come Monterosi, Capranica e ad Est, Civita Castellana. Certo, con qualche monumento e storia da sfoggiare e favole culinarie da raccontare. Dimentichi però che un centro storico ce l’ha pure Roma. A 80-90 chilometri dalla Tuscia di cui, fino a 70 anni fa, se ne ignorava persino l’esistenza.

Daniele Camilli


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25 aprile, 2016

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