Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Parlo con Peppino
Ciao Peppino,
Siamo, come ogni anno, qui per ricordarti e renderti onore.
Rendo onore alle tue scelte civili per le quali ti hanno spezzato la vita, ma che per te erano irrinunciabili.
Eri consapevole dei pericoli e della tua impotenza ma non arretravi di un passo.
Rendo onore al tuo coraggio, io non l’ho avuto e sono fuggita, ma tu sei rimasto nella nostra terra, a lottare per la dignità della nostra gente. Non ce la facevi proprio a vivere nella quotidianità banale a cui la maggior parte di noi aspira.
Tu non eri come noi, eri di ben altra pasta e ben altra stoffa, come affermò tua madre, figura forte, dolente, straordinaria.
Rendo onore alla tua intelligenza che ti faceva capire, prima e più degli altri, che la vita va vissuta per realizzare ideali e non nell’indifferenza, che per te era la forma più bassa di vigliaccheria.
Rendo onore alla tua ironia, con la quale dimostravi che i mafiosi non sono invincibili divinità del male, ma degli esseri micidiali indegni della definizione di uomini che apparentemente ti hanno sconfitto.
Il tuo aguzzino, che si credeva onnipotente, ha concluso la sua miserabile vita in una prigione lontana nell’indifferenza generale. Lui è il vero sconfitto.
Rendo onore ai tuoi sogni bruscamente e barbaramente interrotti, alla malinconia che traspare dalle tue poesie e che accompagna le grandi anime come la tua.
Rendo onore alla tua capacità di avere momenti di buonumore, senso dell’umorismo,battute argute, in un contesto umano e sociale pesante come una cappa di piombo, dove ogni principio di dignità umana era calpestato e il respiro della morte era sempre presente.
Ti chiedevi, e me lo chiedo anch’io, perché noi che viviamo in mezzo a tanta bellezza dobbiamo essere avvolti in una notte tetra, nera che sembra non avere mai fine. Perché? Si potrebbe rispondere che il male esiste, ma non è una risposta che mi soddisfa. Me ne viene in mente un’altra: tutti noi cosa facciamo?
Mi avvalgo della facoltà di non rispondere, perché la risposta attiene alla coscienza di ognuno e non spetta a me sindacarla o, meno che mai, giudicarla.
Mi piacerebbe dirti che le cose sono cambiate, che quella gente contro la quale lottavi e si è infranta la tua vita, non c’è più. Non è così. E’ cambiato poco. Dove ci sono soldi e potere, là ci sono ancora quelli che ti hanno ucciso, sempre diversi, sempre uguali.
Oggi avresti 68 anni e, sono sicura, saresti un leader intelligente, coraggioso, appassionato: ne avevi le qualità e il carisma. Quanto bisogno di te ci sarebbe oggi. Chissà cosa scriveresti sulla situazione attuale, con la tua capacità di parafrasare grandi poemi,come eri solito fare nella tua radio artigianale e con i pezzi tenuti insieme dal fil di ferro arrugginito.
Non posso accettare l’idea che tu sia morto invano: certo, qualcosa è cambiato ma la strada è lunga e complicata e tu rimani un luminoso punto di riferimento a cui guardare, nonostante le nostre paure, la voglia di quotidianità,il senso di impotenza e la rassegnazione sempre pronta ad affiorare ma che va ricacciata indietro con decisione.
Caro Peppino, per tutto quello che rappresenti per noi, come ogni anno, ti rendiamo onore. Ciao Peppino, non ti dimenticheremo mai.
Peppino Impastato, giornalista, è stato ucciso dalla mafia a Cinisi (PA) il 9 5 1978 all’età di 28 anni.
Maria Immordino – Solidarietà cittadina
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