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Lettere al direttore - Scrive il sociologo Francesco Mattioli

Tre proposte per Viterbo capitale della cultura

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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli 

Viterbo - Palazzo dei papi

Viterbo – Palazzo dei papi 

Viterbo –  Riceviamo e pubblichiamo –  Caro direttore,

sono convinto che Tusciaweb abbia il diritto – ma forse anche il dovere, trattandosi di un formidabile opinion maker – di dire la sua sulla candidatura di Viterbo a capitale italiana della cultura 2018. Ti propongo quindi questa mia riflessione come punto di partenza per aprire sulle pagine del tuo giornale un dibattito costruttivo sulla questione.

 ***

La candidatura di Viterbo a capitale italiana della cultura per il 2016 e il 2017, anche se non è andata a buon fine, ha consentito di fare esperienza. Non è un caso che le due città vincitrici – Mantova e Pistoia – avessero già in passato presentato loro candidature; per Viterbo può valere la stessa opportunità.

Certo, Viterbo non parte favorita. Perché non fa parte di quello stereotipo internazionale che individua le città d’arte e cultura italiane quasi esclusivamente in Toscana, in Umbria e nella Padania orientale.

Non è favorita perché non fa parte del mezzogiorno, al quale periodicamente deve arrivare il sostegno politicamente corretto per il “riscatto” del sud; e non è favorita infine perché nulla si può fare a Viterbo che non si faccia o si sia fatto a Roma. Allora, come portare la nostra città a confrontarsi – con qualche chance se non di successo, magari di adeguata attenzione – in un consesso nazionale come è quello che la Commissione giudicatrice esprime?

Intanto cominciamo a chiarire il concetto di cultura. Dobbiamo renderci conto che il concetto di cultura con cui ci confrontiamo ha un significato molto più complesso e articolato di quello adottato comunemente. La cultura non è fatta solo di belle arti e di opere letterarie, questo modo di intenderla è una tradizione classicista che ignora il contributo di filosofi, antropologi, sociologi, che dai tempi di Montesquieu, passando per Voltaire, Toennies, Weber, Kluckhon, fino a Tentori e De Martino, hanno individuato in un più complesso sistema di valori, di rappresentazioni sociali e di risposte di una collettività provvista di una sua identità, il vero significato di cultura.

Il concetto di cultura quindi esprime la riproduzione ideale e materiale di una comunità costantemente in divenire: per cui essa è certamente la tradizione e il passato in tutte le sue espressioni, ma è soprattutto la risposta collettiva di una comunità attuale ai problemi attuali.

Così, se è doveroso celebrare attraverso le tradizioni folcloriche i miti fondativi della nostra comunità e recuperare la memoria storica della nostra identità, anche quella scomparsa appena ieri, se è stimolante sperimentare nuovi itinerari artistici e letterari, è altrettanto necessario saper parlare il linguaggio del presente e, soprattutto, del domani.

Vogliamo aspirare ad essere capitale? Una capitale emerge perché sa esercitare una leadership, cioè sa interpretare i tempi e i problemi della realtà in cui vive: allora, Viterbo deve essere capace di indicare quali risposte vuole esibire e proporre per aspirare ad essere guida ed esempio, come capitale italiana della cultura, di fronte alle spinte e alle sfide culturali del XXI secolo.

Di qui tre proposte, strettamente correlate fra loro e significative solo se prese nel loro insieme, per un progetto unitario e solo se gestite con il sostegno di una reale innovazione tecnologica e imprenditoriale.

1. La città di storia, di arte e di tradizioni

Questa proposta ovviamente salva quel patrimonio di idee che ha caratterizzato il primo progetto sottoposto al precedente Concorso. Sono i ”gioielli di famiglia”, che seppur declinati diversamente alla luce delle prospettive future, non possono e non devono essere ignorati, anzi in taluni casi, ancor più sottolineati proprio nella prospettiva delle proposte che seguono. Per questo, personalmente non mi sento di abbandonare quel concetto di “sintesi” – sociale, etnica, culturale, ambientale – che ha caratterizzato la storia della Città e che si ritrova sia nei suoi monumenti che nelle sue tradizioni più profonde.

2. La città sostenibile

Siamo ormai in un’era in cui il rapporto con l’ambiente ci induce non solo a rispettarlo e a valorizzarlo, ma a trattarne secondo i principi e le regole dello sviluppo sostenibile. Il nostro futuro è tracciato secondo i principi di Cop 21, le nostre capacità di dialogo devono essere vagliate alla luce di questi criteri. La cultura è stata, è, e soprattutto sarà, capacità di elaborare risposte che rispettino l’ambiente e lo usino secondo modalità che lo salvaguardino e lo esaltino nella sua originalità. Nonostante tutto, Viterbo è una città verde. Essa possiede un asse ecosostenibile in grado di assorbire quasi tutto il patrimonio storico e culturale della Città: l’asse parte da Villa Lante, attraversa la città lungo la Valle di Faul, trascinando nelle sue pertinenze tutto il colle storico di Viterbo, da Pianoscarano a San Pellegrino al Duomo, ma anche dirimpetto il colle di San Faustino, prosegue nella zona della Terme e sfocia nella valle etrusca di Castel d’Asso, per finire a Norchia. Qui non si tratta di valorizzare semplicemente le emergenze storico-artistiche, si tratta di reinserirle in una logica ambientale che esige la creazione di percorsi ecosostenibili, come le piste ciclabili e pedonali, i servizi urbani elettrici capillari, la chiusura al traffico delle aree storiche di pregio, il restauro degli spazi verdi, la valorizzazione delle sorgenti termali. Ancora, si tratta di fare della via Francigena, che oggi è anche percorso ambientale, una esemplificazione del connubio tra città e natura. Si tratta di ricomporre il rapporto della Città con il contesto paesaggistico in cui si è sviluppata e ancora oggi si sviluppa, quindi anche di rivalutare il suo rapporto con il territorio circostante.

3. La città corale

Il concetto di cultura fa riferimento ai valori di una comunità. I valori del XXI secolo, pur fra tante minacce, non possono che essere quelli della partecipazione, della inclusione, della solidarietà e quindi della coralità. Un capitale italiana della cultura non può che esprimere questo spirito: spirito dell’incontro, dello scambio, dell’integrazione. Allora, anche il progetto viterbese deve esprimere un senso di coralità: deve essere scambio, se è scambio è comunicazione e se è comunicazione potrà essere creazione. Occorre infatti “creare cultura”: cultura condivisa, che sa dare, aprirsi, dialogare, recuperare. Una cultura in cui trovano posto – e ruolo – tutte le categorie sociali, comprese quelle che vengono definite “a rischio di marginalità”: l’anziano, portatore di memoria; il giovane, portatore di futuro; il diversamente abile, portatore di dignità e di speranza; l’immigrato, portatore di più ampi orizzonti. Non si dà capitale della cultura che non sappia esprimere l’ethos di una nazione in cammino in questa società, detta 3.0 proprio perché la stessa tecnologia si esprime come iniziativa, consapevolezza, scambio, creatività.

C’è un elemento in più, per la designazione del 2018. Al momento non sono previsti premi in denaro particolarmente rilevanti. Significa che dobbiamo rimboccarci le maniche e affidarci al volontariato delle idee e delle opere. Per questo la cittadinanza viterbese è chiamata a stringersi intorno al progetto: oggi con le idee, domani con la disponibilità a lavorare tutti assieme per ribadire il messaggio prezioso di unità di intenti che Viterbo è in grado di offrire al Paese e al mondo. Lo fa già una volta all’anno, la sera del 3 settembre; può farlo anche in questo caso.

Forse Viterbo non vincerà: ma stringendosi intorno ad un progetto condiviso – quale che esso sia – avrà vinto comunque lo spirito di cooperazione, lo spirito di creatività propositiva, la possibilità di una Città di riconoscere sé stessa e la sua identità in una prospettiva nuova, quella del nuovo millennio, che non si limita a guardarsi indietro in cerca della tutela e del sostegno dei padri fondatori, ma scopre la capacità di costruire assieme, coralmente, un futuro.

Francesco Mattioli


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30 maggio, 2016

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