Condividi: Queste icone linkano i siti di social bookmarking sui quali i lettori possono condividere e trovare nuove pagine web.
    • Facebook
    • Twitter
    • LinkedIn
    • Google Bookmarks
    • Webnews
    • YahooMyWeb
    • MySpace
  • Stampa Articolo
  • Email This Post

Viterbo - Santa Rosa - I soldi non andrebbero “sprecati” per soluzioni transitorie ma finalizzati all’obiettivo finale

Teca permanente per la macchina? Meglio il museo…

di Francesco Mattioli
Condividi la notizia:

Macchina di santa Rosa - Gloria davanti al santuario

Macchina di santa Rosa – Gloria davanti al santuario

Macchina di Santa Rosa - Gloria in tutto il suo splendore

Macchina di Santa Rosa – Gloria in tutto il suo splendore

Macchina di santa Rosa - Il debutto di Gloria

Macchina di santa Rosa – Il debutto di Gloria

Viterbo – Ci sono idee e idee, naturalmente, e sono tutte dignitose perché frutto di passione, esperienza, creatività, genialità dell’essere umano.

Ci sono idee e idee, alcune realizzabili altre meno, altre addirittura non hanno la possibilità concreta di trasformarsi in realtà, altre ancora non trovano consenso, o ne trovano limitato ad alcune cerchie.

Di certo, le idee vanno espresse, vanno approfondite, vanno discusse, soprattutto quando, come si suol, dire, “il ferro è ancora caldo”, cioè nei contesti e nei tempi in cui possono destare maggiore attenzione.

La “teca” che conservi la Macchina di Santa Rosa tutto l’anno a S. Sisto, a beneficio dei turisti e dei viterbesi curiosi, è una di queste idee. Condivisibile o no?

Personalmente non la condivido e sarei molto preoccupato se si realizzasse. E non perché, come borbottano i soliti qualunquisti, sono soldi sprecati che potrebbero servire a “riempire le buche delle strade”, ma per motivi che dovrebbero suonare familiari, almeno in parte, sia agli architetti che ne hanno sortito l’idea, sia agli amministratori che l’anno sottoscritta e perfino ai Facchini di Santa Rosa che ne sembrano entusiasti.

Lungi, peraltro, dal condurre una battaglia conservatrice e di retroguardia, semmai è l’opposto, perché è proprio l’innovazione che vedo compromessa.

Partiamo proprio da qui. L’obiettivo, sottoscritto dallo stesso pool di architetti, è quello di arrivare ad un museo delle macchine di Santa Rosa. Un museo del genere, che dovrebbe custodire non una teca, ma almeno cinque o sei teche (e forse di più…) ha bisogno, nell’ordine: di soldi, di spazi, di un progetto.

Non è un ordine casuale, perché se è vero che i soldi mandano l’acqua per l’insù, è solo con questi che si può far progredire un qualsiasi progetto. In tal caso, ogni rivolo di disponibilità finanziaria non andrebbe “sprecato” per soluzioni transitorie ma finalizzato all’obiettivo finale.

Di passata, potrei anche suggerire che il luogo del Museo: a) deve essere di facile accessibilità ai turisti; b) non deve “invadere” il contesto paesaggistico e urbano e la skyline della città. Sento già l’obiezione: se non si comincia, non si farà mai nulla. Ed è allora sul fare che andiamo a discutere…

Un capannone, una teca, un posticcio, di qualsiasi fisionomia esteriore, alto non meno di trenta metri, a San Sisto: si sposa con l’originale assetto delle mura? Con la torre campanile della Chiesa? Con il campanile longobardo? Con il profilo della Porta?

Osservando Porta Romana dall’esterno – e in questi giorni ne abbiamo la consapevolezza per la presenza dell’inevitabile traliccio che ospita la Macchina – ne esce un quadro architettonico apprezzabile ed equilibrato? Porta Romana e S. Sisto sono una delle zone più tormentate della città: non fossero bastati i bombardamenti, ci sono torri affettate, mura abbattute e un bel grattacielo che accoglie il visitatore che giunge da nord. Che altro vogliamo aggiungere a questo putpourri?

E il gioco vale la candela? Non c’è già un bel Museo dei Facchini di S. Rosa, nel cuore del flusso turistico, a descrivere cosa accade il 3 settembre?

Conosco, e apprezzo, molti degli architetti che fano parte del pool che ha avanzato la proposta; ad essi suggerisco una riflessione finale, di tipo psicosociologico e socioculturale, che nello specifico proviene dal mio bagaglio professionale: l’eccezionale è tale e colpisce perché non è usuale, non è la normalità.

Se ne facciamo cosa di tutti i giorni, baraccone di una festa continua – con il rischio del kitsch dietro l’angolo – il suo destino è la banallizzazione e l’assuefazione. Che idea si farà il turista di una bella scultura verticale, che se non la vede passare di notte fra le vie abbuiate della città non ne capirà mai il senso e il brivido, neppure se la vede scorrere su uno schermo hd?

Che ne penserà il viterbese vero, per il quale macchina e trasporto non sono una esibizione e una pantomima a beneficio del pupo, ma una espressione di fede, un richiamo alla tradizione che si deve “rinnovare” quel giorno, “quella sera del tre”, e non ogni qualunque giorno?

Fino a che punto il richiamo del business turistico deve essere così forte, da trasformare la comunicazione del sacro in comunicazione d’impresa?

Ai giovani e a chi è sprovvisto di memoria, ricordo un dettaglio anni settanta: ci fu chi propose, per finanziare la Macchina in anni di crisi, di sponsorizzarla, ammettendo un logo o lo slogan di una famosa azienda alla sua base. Punto.

Francesco Mattioli


Condividi la notizia:
26 agosto, 2016

                               Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY

Test nuovo sito su aruba container https://www.tusciaweb.it/grazie-al-dottor-chegai-e-al-suo-reparto-di-radiologia-diagnostica/