Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – In una società libera ciascuno deve essere libero di vestire come vuole, fatte salve le norme che regolano il comportamento osceno. Tenendo peraltro conto del fatto che il concetto di ’”oscenità” cambia nel tempo, giacché un bikini o un topless cento anni fa avrebbero portato direttamente in galera.
La domanda allora è: perché vietare il burkini?
In Francia lo hanno vietato come “manifestazione ostentata di segregazione della donna”; in Italia, dove peraltro sarebbe un’assoluta rarità, va tollerato per “non provocare inutilmente” i musulmani più conservatori. Due motivazioni a dir poco ridicole.
In Francia, dove prendono fin troppo sul serio il politically correct e la libertà cammina a senso unico, il divieto del burkini è un’inutile vendetta contro la minaccia del fanatismo islamico, perché ben altre dovrebbero essere le forme di tutela della libertà della donna, andando a vedere cosa succede dentro le abitazioni degli immigrati islamici, a quali vessazioni sono costrette mogli e figlie tra le quattro mura di casa.
In Italia, si è persa l’occasione per fare bella figura gestendo il concetto di libertà in modo maturo. Come al solito abbiamo fatto la figura degli opportunisti levantini, senza principi, degni eredi di chi proclamava “Francia o Spagna basta che se magna”. Sarebbe stato sufficiente dire: al mare vai come vuoi, poi però vediamo che succede in famiglia, quali diritti inalienabili e quali leggi dello stato vengono meno…
Sono convinto che l’oscurantismo religioso sia alla base dell’abbigliamento femminile islamico.
Tuttavia il problema non può essere liquidato in modo semplicistico e manicheo, perché si tratta innanzitutto di un problema di natura prettamente culturale. Intanto, ci sono donne islamiche del tutto emancipate sia in famiglia, sia al lavoro, sia più in generale nella società, che per abitudine, scelta individuale, religiosa o soltanto, appunto, culturale, adottano l’hijab, cioè il fazzoletto che copre i capelli, e l’abito lungo. In tal caso, non contravvenendo ad alcuno dei nostri sacri principi sulla parità di genere, tali scelte vanno assolutamente rispettate, altrimenti finiremo per girare con il metro per controllare se una gonna sotto il ginocchio o un cloche celano qualche schiavitù sessista o meno.
C’è poi un altro aspetto che non va ignorato. Molti islamici emancipati, progressisti, apertissimi alla cultura occidentale si chiedono se ad esempio l’ostentazione forzata del nudo femminile, non nasconda un principio sessista, di sfruttamento della donna oggetto. Certamente le top model che esibiscono i loro corpi perfetti sui cartelloni pubblicitari lo fanno di propria volontà, ma resta da vedere se tutto ciò non nasconda, comunque, un certo modo di considerare la donna e le sue chance sociali. Insomma, quegli islamici progressisti si chiedono sommessamente se quei corpi nudi siano prova di emancipazione o di sfruttamento della donna oggetto; perché se fosse vero il secondo caso, le nostre intemerate contro il burkini verrebbero da un pulpito non proprio immacolato…
Francesco Mattioli
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