Viterbo – (p.p.) – “Di fronte al miracolo, è difficile dire qualcosa”.
Nel 1996 ha guidato una équipe per una ricognizione sul corpo incorrotto di santa Rosa.
In questi giorni, il professore Luigi Capasso è tornato a Viterbo. Chiamato dalla suore Alcantarine per un parere sull’uscita straordinaria del corpo della patrona, è rimasto in città per assistere al trasporto.
Oggi ricorda quei momenti. “Sono passati quasi venti anni – dice il professore – da quando abbiamo chiuso la nostra ricognizione e il restauro del corpo di santa Rosa.
Un ricordo indelebile, soprattutto perché, in questa circostanza, mi sono sentito come lo scienziato, che arriva con il suo bagaglio mentale e metodologico, per dare delle risposte e che poi esce dall’esperienza con tanti interrogativi.
Abbiamo individuato delle soluzioni, ma la domanda fondamentale che mi ha posto santa Rosa è come abbia fatto a vivere con una malattia, la sindrome di Cantrell, che non lascia scampo a nessuno e che porta a morte al massimo nelle prime settimane di vita. Di fronte al miracolo, è difficile dire qualcosa”.
Lo studio scientifico è durato tre anni. “Dall’inizio del primo rilevamento fino alla conclusione delle operazioni che sono state complicate perché condotte in un monastero di clausura. Senza mai spostare il corpo.
Sono stato portato qui dal professore Capelli, preside della facoltà di Medicina dell’università Cattolica di Roma, perché c’era il degrado superficiale. Quello che ho visto il primo giorno era un corpo di plastica. La sensazione di qualcosa di artificiale. Non l’ho mai nascosto e, prima di intervenire, ho chiesto delle radiografie.
Abbiamo portato la strumentazione e sono state fatte. Il contrasto tra una conservazione così eccezionale degli organi interni, del fegato e del contenuto intestinale che abbiamo potuto analizzare, col degrado superficiale ha posto la questione. Abbiamo fatto analisi chimiche e di profondità, anche fonometriche.
Quello che abbiamo trovato, alla fine, era che, queste vernici, usate nei secoli per coprire il degrado, erano il problema. Non la mummificazione, ma i restauri che, nel tempo, arrivavano alla loro maturazione naturale. Non abbiamo fatto altro che rimuoverli per restituire il corpo alla sua nudità. Ed era poi ben conservato”.
Capasso è stato contattato da suor Francesca delle Alcantarine. “Hanno chiesto la mia opinione prima del trasporto del corpo. Ho visionato la mummia e il suo apparato conservativo, compresa l’urna, prima e dopo la processione, e non ho riscontrato nulla”.
Con l’occasione, ha visto anche sfilare Gloria. “Un trasporto meraviglioso che ha anche trasportato il nostro cuore. Non era la prima volta che assistevo, anche se, ogni volta, è come se lo fosse, per la reazione degli attori e del popolo che sta attorno.
Ho forse più amici qui che nel resto del mondo e, come dico sempre, se avessi saputo prima la grandezza di santa Rosa a Viterbo, probabilmente non avrei mai fatto questo lavoro. Perché mi sarei emozionato troppo.
In questo caso, l’atto di umiltà che la scienza deve fare sempre e che, invece, non siamo abituati a fare, è capire che esistono contrasti e che può capitare di incontrare il miracolo che a me è capitato una notte all’interno di una cappellina semibuia.
Con me, quella sera c’era Suor Luigina. Era di bassa statura e cieca. Nonostante ciò, mentre stavo lavorando, mi chiese cosa stesse succedendo. Probabilmente aveva percepito qualcosa”.
E ancora sulla piccola patrona: “Rimane a Viterbo un pezzo di me – conclude Capasso -. Non si parla del credere o meno, ma di una cosa straordinaria e cioè di una persona di diciotto anni malata di una sindrome rarissima che ha vissuto per tutto questo tempo. La risposta è qui, nelle mura del monastero e nelle persone che sono chiamate da santa Rosa”.
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