Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Sfatiamo alcune mitologie populiste di ispirazione “salviniana”.
Gli immigrati tolgono lavoro agli italiani? No, gli immigrati svolgono lavori che da tempo gli italiani hanno rifiutato, come raccogliere pomodori o vendere collanine.
Occupano cioè spazi lasciati liberi da una popolazione locale più scolarizzata che guarda più in alto. E’ sufficiente leggere le statistiche del lavoro.
Gli immigrati ricevono soldi che invece potrebbero essere riservati agli italiani pensionati o indigenti? No, quei soldi arrivano dall’Unione Europea e sono spendibili solo a sostegno dei richiedenti asilo. E’ sufficiente informarsi.
La domanda, allora, è un’altra: perché l’Unione Europea spende soldi per accogliere flussi di gente proveniente dall’area africana e mediorientale? Cerchiamo allora di fare chiarezza.
Delle migrazioni dobbiamo farcene una ragione, perché è un fenomeno che caratterizzerà tutto questo secolo: c’è in atto, a livello globale, una migrazione epocale.
Non è la prima volta che accade, è un fenomeno ricorrente che ha caratterizzato tutta la storia dell’Uomo: le migrazioni dal “sud del mondo” – modo semplicistico per indicare luoghi dove vincono la povertà, l’arretratezza economica, la violenza politica, le difficoltà climatiche – hanno un carattere per così dire “endemico” nelle modalità di diffusione delle popolazioni sul pianeta.
Tuttavia i flussi migratori oggi presentano problemi particolarmente rilevanti, ben maggiori ad esempio di quelli che comportò la migrazione di molti europei – italiani, polacchi, irlandesi soprattutto – negli Stati Uniti.
Nella gran parte dei casi infatti le migrazioni attuali mettono di fronte l’un l’altro stili di vita, abitudini e credenze ben differenti e talvolta persino antitetiche che rendono più complicate l’ accoglienza, la convivenza e l’integrazione.
La risposta alle attuali migrazioni può assumere aspetti diversi. La nostra civiltà democratica, liberale, pluralista, pacifista, antirazzista, rispettosa della dignità e dei bisogni di tutti gli esseri umani induce a praticare due differenti strategie: innanzitutto l’accoglienza di chi ha bisogno, in seconda battuta l’aiuto alle popolazioni in difficoltà là dove esse si trovano.
Su queste due strategie, il dibattito è serrato: gli aperturisti sono prioritariamente per l’accoglienza, i conservatori sono invece per l’aiuto in loco.
Ambedue le opzioni hanno dei pro e dei contro: un’accoglienza indiscriminata può condurre a non indifferenti problemi di convivenza e di integrazione culturale, mentre intervenire a monte può essere difficile sul piano economico perché alcuni territori stanno diventando invivibili comunque – si pensi alle aree subsahariane minacciate progressivamente dal riscaldamento globale – ma ancor più sul piano politico, perché un intervento del genere comporta spesso un coinvolgimento bellico che, come si è visto in questi ultimi decenni tra Irak, Afghanistan, Libia e Siria, aggrava la situazione invece che risolverla.
In realtà il fenomeno migratorio non è affatto unitario e non può avere una risposta unitaria, perché occorre distinguere un movente prettamente economico, che è ricerca di lavoro e di benessere, da un movente prioritariamente politico, che è fuga dalla guerra e dalla persecuzione.
Nel caso di una migrazione economica gli investimenti nei paesi di provenienza, ancorché inevitabilmente simili a pratiche occulte di neocolonialismo, sono forse l’unica risposta effettivamente praticabile.
Ne uscirebbero soddisfatti sia coloro che temono l’invasione, sia i migranti potenziali in cerca di benessere, sia l’economia internazionale; chi diffida dell’espansionismo del capitalismo globalizzato storcerà il naso, ma a dirla tutta questa soluzione sembra quella più pragmatica – e più ragionevole – anche se non quella più “etica”.
Non che si debbano stendere cordoni sanitari o muri, beninteso, ma è chiaro che una strategie del genere impedisce le trasmigrazioni di massa e anzi, al contrario, favorisce paradossalmente un rapporto etnico-culturale più paritario.
Che il senegalese o il marocchino – tanto per fare un esempio – non venga più in Italia a vendere collanine o a farsi catturare dalla malavita, ma giunga come operatore economico, come turista, studente o studioso, significa innanzitutto restituire dignità a quelle popolazioni, cioè a rompere quelle diffidenze, quei conati di razzismo e quelle forme di emarginazione che inevitabilmente si riversano sull’immigrato considerato “accattone” o “spacciatore”.
Diverso è il problema dei richiedenti asilo, della migrazione di chi fugge la guerra e la violenza, come accade oggi soprattutto – ma non solo – per siriani, sudanesi, eritrei.
In questo caso i fondamenti dell’accoglienza stanno nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, nell’etica religiosa e in quella laica della solidarietà umana, e si impone come un dovere ineludibile.
E se accoglienza ha da essere, deve anche manifestarsi nel rispetto delle persone accolte, cioè nel conferire ad esse delle condizioni di vita – sociale, sanitaria ed economica – rispettose della loro dignità.
L’accolto non può esser additato né come un disagio, né come un pericolo, né come uno sfruttatore della cortesia altrui: altrimenti sarà opportuno che chi va in chiesa la domenica impieghi meglio il suo tempo libero e il difensore a parole della democrazia e della libertà si svesta di certe ipocrisie e indossi la sua bella camicia bruna.
Certo, non è che il richiedente asilo politico sia automaticamente un angelo, la percentuale di erba cattiva sarà la stessa che alberga fra di noi e quindi qualcuno non si meriterà il trattamento di favore. Ma questa è un’altra storia, è soprattutto il rovello di chi – facendo di ogni erba un fascio – pratica il pregiudizio etnico e spara nel mucchio senza distinguere.
In realtà, è proprio in questi frangenti che si vede la forza – e la dignità – di una democrazia, che si fonda su regole condivise e sulla difesa di tali regole. Se le regole valgono per tutti sotto il cielo d’Italia, allora varranno non solo per i cittadini italiani, ma anche per gli ospiti, che si tratti del turista, dell’immigrato, dell’accolto o dell’hooligan.
Se l’ospite non rispetta le regole – anche quelle sociali, della buona creanza, non solo quelle giuridiche – allora lui e solo lui andrà perseguito, finanche a ritiragli il diritto di accoglienza.
Se invece l’ospite si integra nel tessuto sociale quotidiano, o comunque ne rispetta le regole, merita tutta la solidarietà, tutti i diritti e tutte le cure di cui abbisogna come qualsiasi altro essere umano; e allontanarlo, marginalizzarlo, significa solo manifestare sentimenti razzisti che non dovrebbero appartenere né a quell’Italia né a quell’Europa che hanno sconfitto il nazifascismo.
In considerazione di tutto ciò, certe discussioni sulla presenza di richiedenti asilo in luoghi considerati “sensibili” meriterebbero una consapevolezza più matura, da parte di tutti: istituzioni, amministratori, cittadini, degli stessi ospiti.
Perché, a ben vedere, in certe circostanze tutti hanno ragione e tutti hanno torto, e le risposte rischiano di diventare improprie, soprattutto se alla ragione e alla saggezza si sostituiscono l’emotività, la superficialità, l’ipocrisia e l’improvvisazione.
Francesco Mattioli
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