Viterbo – (p.p.) – “L’Italia e gli italiani prima di tutto”.
Alle Terme dei papi rivive l’Msi. C’erano Storace, Gasparri e Rampelli al convegno per la ricorrenza dei settanta anni del movimento.
Msi: fotocronaca– slide
A fare capolino sul tavolo dei relatori anche Giancarlo Gabbianelli, assente da qualche anno dalla scena politica, e che è tornato a rioccuparsene parlando dell’importanza che ha avuto l’attività missina nel Viterbese. Ha moderato Claudio Taglia.
Il dibattito dal sapore nostalgico di un passato ormai superato ha preso spunto dal comizio di Almirante a Napoli. L’Italia e gli italiani, sovranità nazionale, meritocrazia e la riforma presidenziale sono stati alcuni dei temi trattati.
Prima di iniziare è stato suonato l’inno d’Italia cantato dall’intera sala in piedi e con le mani sul cuore.
Ha aperto gli interventi Filiberto Pesciaroli. “Prima di tutto l’Italia e gli italiani – ha detto Pesciaroli -. Proprio come era prima per cui la loro difesa andava oltre qualsiasi interesse. Questo ideale era uno dei cardini del movimento sociale.
Avremmo voluto sentire da Gentiloni e dai suoi ministri che ci sarebbero state case per tutti i terremotati, più che gioire per il matrimonio di omosessuali. Una nazione raggiunge il benessere quando le famiglie riescono ad arrivare a fine mese e ad avere case e lavoro. Meritocrazia e presidenzialismo erano le nostre battaglie. Un’eredità che non dobbiamo lasciare nel diario dei ricordi, perché è attuale.
Lo dobbiamo ad Almirante, lo dobbiamo alle riviste che ci hanno fatto crescere culturalmente e lo dobbiamo anche a chi, in maniera critica, ha fatto sì che nel partito ci fosse dialettica. Infine, lo dobbiamo ai fratelli missini morti per mano assassina di comunisti e non solo. Per i fratelli Mattei, per Angelo Mancia, per Ramelli e Dinella.
È un’eredità da portare avanti perché da lì risorga il sole da destra. Perché il domani ci appartiene. Appartiene a noi”.
Quindi Giancarlo Gabbianelli: “Le mie posizioni che ho asserito da qualche anno, non cambiano. Ma stare qui mi ha fatto ricordare un’esperienza di vita unica e irripetibile. Una vita ricca di valori, grazie, prima di tutti ad Almirante che la fa viva ancora oggi, nonostante l’Msi non esista più.
Ero nel gruppo di Pino Rauti, non vicino dunque ad Almirante, ma allora la dialettica era fatta, non di posizioni precostituite o mirate al potete, ma voleva porre questa forza politica nella condizione di conquistare gli animi degli italiani, perché questo popolo camminasse unito.
Quel movimento sociale italiano di cui dal ’77 all’88 eletto da un regolare congresso fui segretario provinciale, proprio mentre il partito stava vivendo un momento difficile, la scissione di democrazia nazionale.
Come federazione provinciale fummo i primi ad affrontare questo urto con le provinciali del ’78. Fu decisivo. Facemmo la campagna elettorale scontando alcune cambiali che il partito ci mandò da Roma mentre Berlusconi finanziava con 100 milioni democrazia nazionale e Raffaele Delfino. Anche in quel caso furono le idee a vincere. La passione e il sacrificio.
Ottenemmo due consiglieri, mentre democrazia zero. Quei soldi furono poi restituiti a Berlusconi che rimase male per quel gesto. Ma forse anche chi aveva deciso di intraprendere una strada diversa dalla nostra, aveva dentro una certa formazione per cui non voleva essere assimilato ad altri”.
Diversità di idee che era quindi un arricchimento. “Nelle riunioni – ha continuato Gabbianelli – i dibattiti erano accesi: ce ne fu uno che ci divise moltissimo, ed era quello della raccolta firme contro la pena di morte. Fui l’unico a parlare all’assemblea nazionale, scrissi anche ad Almirante una relazione e lui mi rispose.
Questo perché ognuno poteva difendere e portare avanti le proprie idee, anche contro quell’uomo che il solo guardarlo faceva tremare i polsi e le vene. Tutti eravamo soldati della decisione assunta dal partito. Un insegnamento che potrebbe essere tuttora valido.
Combattemmo anche per ottenere i finanziamenti. Ci vennero dati blocchetti e ricevute col simbolo dell’Msi per andare a raccogliere fondi da destinare al partito che hanno permesso di costituire uno dei patrimoni più importanti di tutte le forze politiche. Per avere delle sedi che non ci davano o che venivano date alle fiamme.
Il partito decise dunque di comprarle. Quel patrimonio non può essere paragonato a quello di un Di Pietro qualsiasi o della Margherita di Lusi.
Vi prego – ha detto rivolto alla sala – è per il sacrificio di chi dava 50 lire pur non potendo mangiare per servire la propria idea. Quei soldi sono benedetti e non possono essere spesi male”.
Poi ha letto una delibera. “L’ho scritta di mio pugno, l’unica, intitolando il Semianello ad Almirante”. Ha elencato quindi le motivazioni descrivendo la figura del segretario e concludendo “Giorgio Almirante, un grande italiano”.
Sono episodi di un modo di concepire la politica che fa sorgere il sorriso sulle facce dei bambini o di chi ha perso il lavoro, in un paese che ha avuto la più grande cultura. Valori e ricordi che sono la bandiera della mia vita – ha detto riprendendo le parole di Almirante – e lo saranno sempre”.
Dopo di lui Fabio Rampelli, capogruppo di FdI, che si è concentrato sul concetto di militanza. “Una concezione del mondo spirituale, sacralità della vita, attenzione alle fasce deboli ma anche amore patrio. Sono i messaggi straordinari che Msi ha diffuso a ogni latitudine del paese. Non limitiamoli a un atto di nostalgia, ma integriamo l’azione politica di oggi.
L’Msi nacque con il coraggio di una missione, quella di traghettare i valori tradizionali dopo la seconda guerra mondiale, quando sembrava un’impresa. Almirante volle aprire alla destra la strada del futuro, informando la società e cercando di tenere in piedi un’esperienza respinta dalla società non solo dal punto di vista morale, ma anche fisico.
Ha tentato di offrire un futuro a quei valori, solo per portare la destra a un orizzonte più ampio col rischio che forse avrebbe potuti cancellare quell’eredità. Costruire un patrimonio più ampio, mettere a sistema le diverse sensibilità e rimettere insieme le persone per bene accomunate da passione e amore profondi verso il loro popolo. Operazioni destinate a fallire in prospettiva eppure oggi sono semi che hanno attecchito e hanno germogliato. Per cui dobbiamo guadagnarci l’onore di esserne all’altezza.
Ovunque si sia collocati, infatti, l’importante è essere fedeli alle origini. Abbiamo qualcosa di imparagonabile alla storia delle altre nazioni, specie quelle europee. L’esperienza della destra italiana è unica perché non abbiamo mai ceduto nel livellamento delle coscienze. Anime inquiete che hanno costruito l’Msi dopo la seconda guerra mondiale. Una magia che ci ha permesso di rappresentare qualcosa di inimitabile altrove e un’esperienza bellissima a cui dobbiamo rivolgerci quando ci coglie lo sconforto.
Non possiamo replicarla, ma non dobbiamo dimenticarla. Questa diaspora attuale si appianerà e torneremo a essere una grande famiglia”.
È toccato quindi a Storace, vicepresidente del consiglio regionale. “Ho affrontato 23 anni di processi e posso dire, con orgoglio, che sono uscito pulito: quel figlio dell’Msi è rimasto pulito. Lo racconto perché il primo insegnamento di Almirante, si chiamava questione morale. Lui diceva di non approfittarsi del denaro pubblico. Ecco perché dobbiamo capire come si riapre quello scrigno e come si riportano in campo quei valori di cui non possiamo fare a meno.
Non è nella nostra cultura la divisione permanente, perché in testa a tutto c’è l’idea di grandi uomini e grandi valori. Perché per l’Msi tutti potevano far parte di quella famiglia pur rispettando un unico capo. È stato il partito più democratico che ho frequentato. Questo oggi manca, così come mancano le grandi intuizioni, tipo quella del presidenzialismo.
Almirante ha saputo interpretare il dolore di milioni di persone, quella di un popolo povero che ora è quello di un popolo impoverito che guarda a un’immigrazione libera di fare ogni cosa. Sono state dette tante cose, ma il messaggio di Almirante è attuale e si rivolge ai giovani tra cui ancora oggi rappresenta il riscatto di un popolo. Questo anniversario ci fa rivivere l’orgoglio di un tempo. Speriamo di esserne all’altezza, ne ha bisogno l’Italia”.
Ha concluso Maurizio Gasparri: “Non siamo qui per fare un congresso o una ricostruzione di partito – ha detto Gasparri -. Nemmeno un amarcord, anche perché poi non è stato tutto rosa e fiori. Ho tanti tanti ricordi, specie qui a Viterbo a cui sono molto legato. L’Msi è stato una palestra di democrazia che ha dato la possibilità di emergere secondo un cursus honorum.
Ha raccolto voto su voto il suo consenso praticando la democrazia reale. Non dobbiamo vivere un complesso di inferiorità, ma essere orgogliosi di questo passato. Anche io, nella mia iniziativa politica, agisco nel solco di un insegnamento valoriale che è quello di prima.
Siamo dentro una storia complicata in cui i valori della destra del passato sono attuali. L’affermazione di una forte identità nazionale è fondamentale per evitare che gli altri ci sommergano. Allora come oggi.
Dobbiamo proseguire un camino non per seguire una poltrona, ma per dare proposte al nostro popolo e rivendicare la ricchezza di idee e valori dell’Msi la cui appartenenza mi rende più orgoglioso rispetto a quella di An”.
Sul palco anche il senatore Ferdinando Signorelli che ha raccontato la sua militanza e l’attualità dell’esperienza missina.
Tra il pubblico c’erano, tra gli altri, Laura Allegrini, Giulio Marini, Marcello Meroi, Maurizio Federici, Gianmaria Santucci, Daniele Sabatini, Nicola Parenti, Maria Gabriela Grassini e Goffredo Taborri, Mario Lega, Gianni Arena e molti altri esponenti del centrodestra viterbese.
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