Roma – “Scontrini imprecisi, ma nessun reato”. E il giudice scarica le responsabilità sul suo staff. Da parte di Ignazio Marino al più imprecisione e superficialità. Ecco le motivazioni dell’assoluzione dell’ex sindaco di Roma.
I pm accusavano il chirurgo dem di peculato e falso per 56 cene pagate con la carta di credito del Campidoglio ad amici e parenti quando era ancora il primo cittadino e di presunti pagamenti irregolari a un dipendente della sua onlus Imagine.
Sono in tutto 54 le pagine attaverso cui il gup Pier Luigi Balestrieri argomenta la decisione. “Il giudicante – si legge – ritiene che le evidenze siano insufficienti per ritenere l’indubitabile prova dell’uso privatistico da parte di Marino delle risorse pubbliche affidategli attribuite attraverso la carta di credito”. È il passaggio fondamentale delle motivazioni dell’assoluzione del predecessore della Raggi.
Il giudice oltre a mettere in discussione la natura privatistica dell’uso della carta di credito, facendo cadere di fatto l’accusa di peculato, passa poi alla contestazione di falso. E quindi ai giustificativi di spesa per le stesse cene. Il giudice, anche in questo caso, assolve Marino e scarica la responsabilità sul suo staff: “Eventuali errori, imprecisioni e discrasie nelle dichiarazioni giustificativi non sono suscettibili di rivestire alcuna rilevanza in questa sede penalistica, potendo tutt’al più costituire indice di un sistema organizzativo improntato a imprecisione e superficialità”.
Per quanto riguarda il pagamento di un dipendente della onlus Imagine (di cui Marino era presidente) con tre assegni, di cui due intestati a persone inesistenti, che gli era valsa l’imputazione di truffa, il gup sostiene che non siano emerse delle prove sulla “consapevolezza di Marino in merito all’inesistenza del Briani e del Serra, ma l’evidenze sono tali da indurre ragionevolmente da escludere che questi ne fosse stato reso edotto”.
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