Roma – “Emiliano deve scegliere o il partito o la toga, si deve dimettere se vuol diventare segretario”. Il magistrato Donatella Ferranti, eletta con il Pd e presidente della commissione Giustizia della camera, non ha dubbi.
“Siamo di fronte a un caso limite – spiega Ferranti in una intervista a Repubblica -. Per un magistrato un conto è partecipare attivamente alla vita politica, mettendosi ovviamente in aspettativa. Altro è non solo iscriversi a un partito, ma entrare nella sua direzione, al punto da candidarsi alla guida”.
Il giornalista ricorda che Emiliano è presidente della regione Puglia ma che è anche stato sindaco di Bari, ma anche segretario regionale del Pd.
“Si tratta di una condotta vietata espressamente dal nostro ordinamento disciplinare… La legge non prevede deroghe di alcun tipo e vieta sia la mera iscrizione che la partecipazione attiva, sistematica e continuativa alla vita dei partiti politici. A mio parere, se si vuole dirigere un partito, al punto da candidarsi alla segreteria nazionale, non si può continuare a restare in magistratura” sentenzia Ferranti.
Poi arriva la domanda ovvia e obbligatoria del giornalista: “Che differenza c’è tra la situazione di Emiliano e quella di un parlamentare che, come nel suo caso, si candida per un partito?”.
“La differenza è notevole – risponde Ferranti -, innanzitutto io non sono mai stata iscritta a un partito e non lo sono adesso. Né ho avuto mai incarichi nella direzione del Pd. La costituzione all’articolo 51 garantisce l’elettorato passivo a tutti i cittadini, anche ai magistrati, ma prevede, all’articolo 98, che la legge limiti per noi toghe, ma anche per altri (militari, funzionari di polizia, diplomatici), l’iscrizione a un partito che è un’associazione privata, e quindi comporta dei vincoli gerarchici interni e un’obbedienza in netto contrasto con l’essere magistrato sia pure in aspettativa”.
Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY